lunedì 16 febbraio 2015

American sniper di Clint Eastwood


Il film è tratto da un libro, l’autobiografia di Chris Kyle, protagonista del film, texano, cow boy come lo si può essere oggi; la sua vita scorre nella normalità della provincia, i principi che lo sorreggono sono quelli classici e radicati nella tradizione americana-Dio Patria Famiglia- e uno in particolare, trasmessogli dal padre, quello di essere il “cane pastore”, colui che è in grado di usare la propria forza, al di là di considerazioni morali consolidate, per difendere le pecore (le vittime) dai lupi ( coloro che consciamente usano la loro forza in modo spietato a danno di altri). Quando vede le immagini degli attentati in Kenya prima e poi quelli alle Torri gemelle, decide senza la minima esitazione, di diventare per gli Stati Uniti il cane pastore di cui parlava il padre, di usare la sua infallibile mira per difendere la propria nazione. Diventa così, dopo un addestramento che prelude alla ferocia della guerra, cecchino in Iraq in quattro missioni, e la sua bravura è tale da essere chiamato dai suoi commilitoni “The Legend”.
Difficile parlare di questo film per chi come me apprezza la filmografia di Eastwood, ci si trova di fronte a un film sulla guerra, specificatamente la seconda in Iraq, che non pochi problemi, anche al di là di aspetti ideologici, ha causato a vari livelli, umanitari e geopolitici, e che basata su false e opportunistiche legittimazioni ha scoperchiato il vaso di pandora del medio oriente, di cui oggi vediamo le ultime atroci conseguenze.
Difficile perchè, almeno a me, mette in imbarazzo il contrasto tra l'indubbio valore stilistico e contenutistico del film e lo sbilanciamento che si avverte nel racconto delle due parti in gioco, statunitensi e iracheni.
Una chiave di lettura che mi viene da utilizzare prende spunto da quel " lupi agnelli cani pastore".

E' una metafora che, anche se non palesata come in American sniper, è spesso usata nei films di Eastwood e nella cultura americana, di cui lui, nel bene e nel male, è portatore.
La nascita del "grande paese" si è concretizzata come una occupazione violenta dei vasti territori da parte di soggetti dalla più varia provenienza e spinti da molteplici motivazioni.
Da quel coacervo di personaggi che realizzarono l'occupazione da est a ovest, dalle innumerevoli situazioni che si crearono di sopraffazione, razzismo, violenza gratuita, crudeltà efferate, da tutte le spinte che quegli uomini e donne portavano con sè, speranze, paure, disperazione, voglia di riscatto e felicità, una figura riscuoterà un aurea di leggenda, quella del "pistolero buono", il Chris Kyle della frontiera, il cane pastore che, pistola in mano vendicherà e impedirà soprusi ristabilendo un senso di giustizia umana non supportata da leggi, ma tutelata da quella stessa violenza che l'ha calpestata. Cito alcuni dei titoli della filmografia di Eastwood in cui è presente il "cane pastore", Il texano dagli occhi di ghiaccio, La città senza nome, Gli Spietati, Gran Torino e, forzando le parti in gioco, anche Million Dollar Baby dove l'ordine da ristabilire riguarda il senso della vita.

The Legend  esce dal cerchio ferito della sua nazione, ed esporta il mito.

Eastwood ha diretto films di una umanità intensa e di una sensibilità profonda, ponendo temi duri, ostici privati e sociali e se pure ci ha dato punti di vista poli-prospettici in pellicole quali The Flags of Our Fathers e Iwo Jima restringe qui l'occhio della sua telecamera e la prospettiva del film alla visuale circoscritta del mirino da cui Chris combatte la sua guerra.

E' attraverso quella visuale che Kyle individua le sue vittime, il suo colpo non partirà se non dopo individuali sofferte decisioni, i suoi primi nemici uccisi saranno un bambino e sua madre che tentano di colpire una postazione statunitense.

 La guerra del protagonistadi Kyle è ripetitiva, giorno dopo giorno, come un'operaio infila bulloni nella catena di montaggio fordiana, lui preme il grilletto e infila proiettili in corpi umani, e seppure lo fa con discernimento, l'alienazione finirà per scalfire anche la sua convinzione.

Non è un film a favore della guerra e non mi sembra grondi patriottismo come alcuni hanno rilevato, l'assurdità della guerra è presente nei detriti sminuzzati delle abitazioni irachene, nella polvere delle macerie che ricopre tutto e rende monocolore un mondo intero e i suoi abitanti. C'è un contrasto imbarazzante tra quel colore e il verde del Texas, il verde dei prati delle case ordinate dove bambini felici giocano e non hanno granate nascoste sotto i vestiti. Ma la sabbia è fine, sottile e si insinua anche nella mente dei soldati americani e profanerà il verde di quei prati quando torneranno a casa e anche quando non torneranno più inariderà la vita in quelle case ordinate.

Sarà proprio una tempesta di sabbia dalle proporzioni apocalittiche ( grandioso effetto scenico) che segnerà il momento finale dell'esperienza di Chris in Iraq. La sabbia renderà tutto confuso e indistinguibile ma non prima che Kyle abbia ucciso con un tiro incredibile il suo alter ego, il cecchino iracheno che come lui protegge dall'alto dei tetti i suoi compagni di guerra. La pallottola a rallenty supererà una distanza enorme fino a colpire il bersaglio e simbolicamente ucciderà anche Chris stesso come cecchino, tornerà a casa per rimanerci, ma la guerra se la porterà dietro e se la ritroverà nell'ordinato Texas, in quei reduci che non riescono a fare "pace" con l'orrore che hanno vissuto.


 Kyle, dopo un primo momento di smarrimento riuscirà a tornare a essere marito e padre affettuoso a rientrare nella normalità della vita, il senso della sua missione è così radicato in lui che a dialogo con uno psicanalista ammetterà di non avere sensi di colpa, di aver fatto ciò che doveva e convertirà il suo ruolo di soldato in quello di assistenza ai reduci con problemi di reinserimento nella quotidianità.
Sarà uno di loro ad ucciderlo, è in corso in questi giorni il processo a suo carico.
The Leggend morirà in suolo americano colpito da fuoco amico, in un  finale che ha del  grottesco se non fosse drammaticamente vero. La guerra, una volta che l'hai fatta, ti rimane addosso.



 Come epilogo di quanto detto sin qui, seppure è da tenere conto che il punto di partenza del film è quello soggettivo di un soldato e quello che racconta è la "sua" guerra, salta agli occhi che la descrizione delle parti in campo pecca di obiettività storica; gli americani erano in Iraq come forza di occupazione, gli iracheni difendevano il loro territorio e la loro vita, il gioco delle parti si inverte automaticamente: i lupi sono gli americani, le pecore la popolazione civile, i cani pastore quelli che le difendono; il terrore che tra le macerie si vive è quello dei bombardamenti continui, della paura che da un momento all'altro soldati con mitra in mano sfondino la tua porta di casa, che uccidano te e la tua famiglia o che la prelevino per portarla in luoghi di sofferenza; la condotta degli americani risulta sempre corretta e ponderata, per quanto in una situazione di guerra lo possa essere, mentre quella degli iracheni feroce e crudele, il punto di non ritorno di questo squilibrio è proprio nella scena in cui un bambino, per ritorsione, viene ucciso in un modo orrendo da un personaggio della guerriglia irachena. Per quanto possa essere vero, e lo sarà purtroppo, non può essere lasciata lì senza che venga raccontata anche la ferocia degli americani, anche se Chris nella sua biografia non ne fa menzione, e non perchè questo giustifichi in qualche modo quell'orribile gesto ma per un senso di onestà storica, che possa dare allo spettatore una visione più giusta di quello di cui si racconta. Nulla scalfisce la coscienza dei soldati americani nel film se non incidentali segni di cedimento da parte di un soldato che poi morirà e da parte dello stesso fratello di Chris di cui poi non ci è dato sapere più nulla. 
Si avverte, insomma, alla fine del film una necessità di giustizia che ristabilisca la verità dei fatti al di là della guerra personale che viene narrata. 
 Clint ha diretto un bel film, ma la sua attenzione alla fragilità umana, alla sofferenze dell'essere e del vivere, si è offuscata nel raccontare una leggenda.





















giovedì 13 febbraio 2014

Nebraska, il bianco e nero della provincia americana


Il film scolpisce in bianco e nero la provincia americana, l’immobilità e il silenzio di alcune scene sembrano foto e contrastano il continuo movimento di un tipico film “on the road”.
Un uomo anziano, Woody,  che vive nel Montana, riceve un volantino pubblicitario che lo invita a riscuotere un premio di un milione di dollari a Lincon, Nebraska. A tutti è evidente che è una balla, un modo per vendere abbonamenti ad alcune riviste, solo per lui è qualcosa di reale, forse  l’ultimo desiderio realizzabile della sua vita, una prospettiva di gioia che non assaporava da tanto, troppo tempo.
Nessuno gli dà credito e lui imperterrito tenta di partire più volte, anche a piedi,  la patente gli è stata ritirata, ma viene sempre ripreso o dai figli o dalla polizia fino a quando uno dei due figli, David, non decide di accompagnarlo, iniziando così il viaggio.
Il viaggio in America è qualcosa di più di un semplice spostamento, è elemento costitutivo della cultura e del carattere di quel popolo; ha le sue radici nella conquista del territorio, nel superamento delle varie “frontiere” che di volta in volta si ponevano come limiti all’avanzata dei coloni verso la “terra promessa”, verso la realizzazione del sogno americano,  verso la libertà dalle oppressioni e dalla povertà della terra di origine.
Esso stesso diventa simbolo di libertà, anche senza frontiere da superare se non all’interno di se stessi; lo spazio immenso che si attraversa dilata lo sguardo, allenta le restrizioni materiali e mentali, spezza i legami con una quotidianità che si ripete ogni giorno uguale e con gli obblighi a essa connessi; il ritmo rallenta, anche se la velocità di movimento aumenta, la temporale metodica scansione della vita perde la sua necessità.


Figlio e padre attraversano tre stati, ma non si muovono solo orizzontalmente sull’ampio spazio delle Great Plains, compiono anche un viaggio in profondità , un itinerario di conoscenza individuale e reciproca;  la lunga sosta nel paese natale di Woody, da cui riemergono suoi spaccati di vita passata, svelerà a David cose mai dette dal padre.
L’anziano è un uomo con ferite interiori dovute alla guerra in Corea, è un uomo generoso, con i vizi tipici di chi vive nella desolazione culturale della provincia, messo alla prova da un rapporto di coppia che fa della recriminazione continua il filo conduttore delle giornate, con una moglie che comunque, pur volendolo rinchiudere in una casa di cura, avrà il coraggio di difenderlo dai meschini attacchi della famiglia a cui oppone la dignità e le doti umane del marito e che sarà capace di gesti di amorevolezza quando lui sarà ricoverato per un malore. E’ un uomo verso la fine della vita, che si vede scivolare i giorni uno dietro l’altro, come i chilometri che percorrerà con il figlio, e che cerca un finale “diverso” in quella promessa di “vincita”a cui tende con ostinata volontà, anche se, forse, lui stesso sa che è solo una banale truffa.

David lavora in un negozio, la donna con cui viveva se ne è andata, anche lui è limitato dall’ambiente in cui vive ma se ne distacca per un profondo senso di pietà umana, di comprensione ed empatia che manifesta nei confronti del padre; la sua condiscendenza  verso di lui non è una mera resa ai suoi capricci, ma voglia di capire e di alleviare tristezze, esaudire, per quanto possibile, i suoi desideri. Lo accudisce quando ce ne è bisogno, lo rialza quando cade, ma, soprattutto, gli parla, si confida, gli fa domande; quando si inginocchia di fronte a lui seduto sugli scalini non sono solo un padre e un figlio ma due esseri umani, uno più forte per gli anni che ha davanti l’altro più debole per gli anni che ha dietro di sé, che si incontrano, che si aiutano, che instaurano una complicità anche nella condivisione dei loro vizi, delle loro debolezze facendone dei punti di forza del loro “incontro”.

I dialoghi tra loro due sono comunque scarni ma sufficienti allo scopo e si distaccano come perle a confronto delle conversazioni di coloro che incontrano, parenti e non, che se non sono "arricchite" da parole di scherno, opportunismo e banalità, manifestano una povertà di comunicazione tale da far pensare a una ottusità mentale ed emotiva al limite dell’umanità.

Il bianco e nero del film vuol forse sottolineare la mancanza di colori nella vita dei protagonisti, nella vita della provincia americana e nel futuro di chi futuro ne ha ancora poco, ma in qualche modo, alla fine del film, la tenerezza di David verso Woody riuscirà a colorare materialmente e affettivamente la vita di quest’ultimo.



Regia: Alexander Payne
Sceneggiatura: Bob Nelson
Interpreti: Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk, Stacey Keach

sabato 25 gennaio 2014

"Il capitale umano" dall'America all'Italia attraverso Virzì




Il Capitale umano è un film il cui spunto di riflessione é posto, come episodio, all’inizio del film e come conclusione annotativa alla fine, in mezzo sono i singoli personaggi a essere nuclei narrativi, uniti tra di loro da interconnessioni socio-economiche.

Si svolge in un ricco paese della Brianza, ville sontuose proteggono ricchi finanzieri,  villette spocchiose ne fanno da corte medievale, il degrado culturale è rappresentato dall’abbandono dell’unico teatro presente; è tratto da un romanzo, con lo stesso titolo, dell’americano Stephen Amidon le cui ambientazioni, naturalmente, sono negli USA e precisamente nel Connecticut, dando alle problematiche sociali e umane del film una connotazione più ampia e “globalizzata”:  il sogno americano ha travalicato l’oceano e ha inquinato il resto del mondo.

L’intreccio del film, articolato in parti che si sovrappongono l’una all'altra nella tensione di svelare la dinamica dell’accadimento iniziale, ci mostra un’umanità diversificata nei singoli protagonisti che, con ruoli e atteggiamenti diversi, vengono travolti da un sistema sociale basato sul consumismo, sulla ricchezza ottenuta  con la frode fiscale,  sulla monetizzazione dei desideri e delle aspettative delle persone, sulla secondarietà di valori quali la comprensione, l’onestà pubblica e privata, la solidarietà tra individui, sulla impossibilità di realizzazione personale al di fuori di schemi opportunistici  falsamente individuati come i soli possibili da un sistema educativo e culturale che ha perso cognizione dei valori della vita e della convivenza.

La “famiglia ricca”:
Il riccone, manipolatore finanziario di patrimoni e vite altrui, cinico, privo di empatia, di senso civico e di umanità, profittatore di ingenuità altrui per il suo unico tornaconto, gestisce la sua vita e la sua famiglia senza partecipazione ma elargendo frivolo benessere materiale.

La moglie, ex attrice, sembra fluttuare nella ricchezza inconsapevole di se stessa, insoddisfatta, incapace di vera autonomia, prigioniera della sua gabbia dorata, triste senza quasi sapere il perché.

Il figlio, adolescente potenziale alcolista, combattuto tra l’emulazione e la fuga, vive trangugiando alcool e trasudando rabbia, cercando affetto e comprensione al posto di soldi e indifferenza, ricercando un senso che riempia il vuoto esistenziale non solo presente ma anche  futuro.

La “famiglia media”:
L’immobiliarista, goffo nella sua ingenua sudditanza mentale al potere della ricchezza, si gioca tutto pur di entrare in quell'ambiente da cui, una volta dissanguato di contante, viene mal sopportato e trattato con sgarbo e sufficienza. Si ritrova ad avere il coltello dalla parte del manico nel momento drammatico e la doppiezza del personaggio si concretizza bizzarramente in una vigliaccata che ha comunque un onestà di fondo,  in un certo senso ristabilisce la realtà dei fatti e risana, anche se illegalmente, il torto subito senza richiedere nulla di più di quello che gli sarebbe spettato.

La moglie lavora nel sociale, sembra essere l’unica ad avere una vita veramente positiva, forse non felice ma con una buona dose di serenità, in pace con la propria coscienza e con se stessa; dà e riceve affetto e comprensione, si pone al di fuori dell’ingranaggio potere-ricchezza, gratifica ed è gratificata dai rapporti umani e dalla sua tardiva gravidanza, riuscendo a stabilire un rapporto empatico di affetto e complicità con la figlia del marito.

La figlia, adolescente in bilico sulla “linea d’ombra”, rifiuta un mondo di meschinità e falsi valori, capace di riconoscere l’autenticità delle persone, va al di là delle convenzioni e regole sociali pur di prendersi cura delle debolezze e fragilità di chi ama.

La “mezza famiglia”:
Zio e nipote  convivono, il loro ambiente è borderline, il primo è un piccolo malavitoso, il secondo un ragazzo che sconta drammaticamente i disagi  della marginalità che la vita gli ha riservato e, come spesso accade in questi casi, si ritrova vittima di un vortice che non gli permette una via d’uscita se non nel tentare la morte.

Il “capitale umano”:
Non è solo tutto quello descritto sopra in termini di potenzialità positive e negative, ma  è  il personaggio che apre il film ridotto in cifre, secondo un cinico calcolo monetario.


Il fraseggio del film è serrato, la narrazione è distaccata, non ammorbidita dalla speranza di un ripensamento globale, è quasi un’oggettiva trasposizione cinematografica del presente e, con le inevitabili  differenze, è fedele, come ammesso dallo stesso Amidon, al libro rispecchiandone nel merito e nello stile il contenuto.

Regia: Paolo Virzì
Interpreti: Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio

martedì 29 ottobre 2013

Un fuori tema dall'enunciato del blog, ma in qualche modo comunque collegato: Cent'anni di solitudine


Parlare di Cent'anni di solitudine incute timore, sia per la grandezza del libro che per le innumerevoli parole che sono state  spese per commentarlo e recensirlo.
Io l'ho letto per la seconda volta dopo molto tempo e credo che gli anni che si sono accumulati mi abbiano permesso di apprezzarlo ancora di più.

Marquez usa le parole come frammenti di pietre preziose da incastonare per formare un gioiello elaborato e fantasmagorico che abbaglia per la sua lucentezza, illanguidisce per la sua sensualità e confonde per la sua potenza.
Il tempo scorre su un binario circolare in cui i personaggi vivono la propria esistenza segnati dalla reiterazione degli eventi: passioni, guerre, morte, calamità naturali, tragedie umane, l'inevitabile alternarsi di periodi buoni e cattivi. 
L’impasto narrativo è complesso, ricco di personaggi che si ripetono nei nomi e si confondono come le vicende che vivono; la coopresenza dei morti con i vivi, il rinnovarsi di passioni sfrenate che si alternano alla rinuncia di qualsiasi passione danno l’idea di un cerchio che si chiude per ricominciare non all’infinito ma fino alla consunzione e distruzione del cerchio stesso, come tutte le esistenze individuali vanno verso la vecchiaia e la morte.

Nella sua circolarità il tempo perde la sua dimensione, senza la linearità della progressione temporale, coloro che lo animano si ritrovano a vivere, in un unico immanente momento, tutto il loro passato e futuro, come il liquido agitato in una bottiglia mescola gli elementi che lo compongono.

Nel liquido è tutta la storia di Macondo, città partorita dalla inestinguibile e immaginifica fantasia di Marquez, dagli albori alle fine, con tutti i personaggi che la abitano, e che si propone come il simbolo della vita stessa e della solitudine che inevitabilmente la accompagna. Una solitudine che non è solo individuale ma che ha a  che fare con la incapacità dell’essere umano a costruire una storia personale e sociale che sia immune dall'ingordigia del potere e dalla sopraffazione; una solitudine cosmica per l'impossibilità di comprendere e accettare l'ignoto di ogni esistenza. 

E pure Macondo potrebbe essere allegoria dell’inizio della umanità, una sorta di Eden in cui il peccato originale è quello di non riuscire a vivere in sintonia con i propri simili e con la natura, e della sua fine, Macondo stessa scomparirà sferzata dalla pioggia e dal vento.
Umidità e aridità si alternano come condizioni climatiche, quasi sempre eccessive, e come metafore degli umori fisici e mentali dei personaggi.

In questa eccezionale epopea della famiglia Buendia, così diversa da quelle scritte nel nord del mondo, pervasa da un atmosfera onirica, incantata e stregata al contempo, pure qualcosa che ha il sapore netto della realtà storica è presente nell’elemento destabilizzante e predatorio rappresentato dalla piantagione di banane creata dalla discesa dei gringos. I rapporti sociali e umani vengono alterati, l’ambiente naturale piegato alle esigenze del profitto, fino ad arrivare alla mattanza di tremila operai che scioperano, falciati dalle mitragliatrici che li circondano; i cadaveri vengono caricati sul treno per essere buttati in mare e neanche i testimoni oculari riusciranno ad aver ragione della falsificazioni dei fatti e del negazionismo orchestrato dal potere e accettato dalla popolazione che rinnega il massacro come accaduto.

Si respira nel libro quella fisicità che è tipica delle letterature il cui retroscena culturale non è legato alle religioni monoteistiche se non come successive imposizioni esterne, la spiritualità dei personaggi è profondamente radicata nei corpi che la contengono, corpo e anima sono un unicum nel vissuto dei personaggi e creano atmosfere narrative di intensità  sconosciuta nelle scritture con forte retroscena identitario religioso, quali, a esempio, quelle "occidentali".

Macondo nasce felice, giovane senza che la morte per molti anni la tocchi, poi arriva il potere governativo, l’inevitabile industrializzazione di cui la ferrovia è simbolo e veicolo, e arriva anche la rivoluzione guidata da Aureliano Buendia che combatterà 32 guerre e le perderà tutte. Alla fine la rivoluzione non avrà più la cognizione del tempo né della propria ragione, si perderà anch'essa nella volgarità orrenda della violenza umana.

Quello che si prova dopo aver chiuso il libro è la sensazione che qualcuno ti abbia raccontato in modo immaginario e magico l’essenza della vita stessa  e dell’uomo che, nella ripetizione dei suoi comportamenti, non riesce a trovare salvezza da se stesso; rimane la vivida percezione di quanto possa essere intenso il ricordo delle cose passate e delle persone perse, fino a infiltrare nello spirito e nel corpo una pungente dolorosa nostalgia.

Una frase del libro può forse servire per chiudere: ”..  il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine".





Le immagini sono prese dal web.

martedì 28 maggio 2013

about "La grande foresta" di William Faulkner


Questo è il primo libro che leggo di Faulkner, se escludo il tentativo abortito di "L'urlo e il furore", lessi inoltre "La paga del soldato",  troppi anni fa per influenzare in qualche modo queste mie riflessioni.

Conosco, comunque, per via indiretta il contesto storico geografico in cui Faulkner visse e quanto sia stata innovativo il suo linguaggio letterario nell’ambito della letteratura americana.

La grande foresta è in forma di romanzo ma riunifica una serie di testi già pubblicati antecedentemente aventi come filo conduttore il tema della caccia ( in alcune edizione è presente un sottotitolo: Racconti di caccia) ma più ancora  avendo medesimi personaggi in tempi diversi e soprattutto individuando nella Foresta il personaggio principale.
In una mia, forse arbitraria o estremamente banale, considerazione, gli scrittori americani si suddividono in due grandi filoni, quelli di città e quelli di provincia, F. fa sicuramente parte dei secondi e la provincia di cui parla è quella del sud degli Stati Uniti, quella che, alla fine della guerra di secessione,  aveva subito un declino culturale, sociale ed economico irreversibile da cui forse non si è mai, completamente, risollevata.
Tali scrittori sono coloro in cui possiamo trovare un rapporto più diretto con l’ambiente naturale, una ricerca più viscerale del legame dell’uomo con la natura, uno sforzo a comprendersi come un elemento di un Tutto più che come costruttore di artifici e speculazioni mentali atti a elaborare una vita in cui porsi al centro come dominatore assoluto.
Per quanto la colonizzazione dell’America abbia fatto di tutto per eliminare, fisicamente e culturalmente, i nativi di quella terra, alcune delle loro idee e dei loro comportamenti di vita hanno fatto breccia negli animi e nelle menti di alcuni coloni, per esempio l’immagine dell’indiano libero e in movimento nei territori sconfinati e il rapporto che quel popolo aveva con la natura. Il loro concetto, che oggi chiamiamo ecologico, era basato sul fatto che l’uomo era parte integrante dell’ambiente in posizione egualitaria con tutte le altre forme di vita che rispettava e di cui al contempo si serviva per la sua sopravvivenza. Il mondo naturale è costruito come un sistema autosufficiente in cui ciascun organismo ha la sua funzione. Nella natura non esiste pietà, quando proviamo  orrore nel guardare una gazzella inseguita e catturata da un leone, proviamo un sentimento estraneo al contesto a cui lo riferiamo;  ma come non esiste la pietà neanche la crudeltà ne fa parte, ogni cosa ha un suo specifico compito per preservare e conservare il tutto, senza emozioni, senza sentimenti, senza alterazioni mentali, è la vita, nel senso più ampio del suo significato, nella sua semplicità essenziale.

Se l’uomo non si compenetra in questo meccanismo, e non l’ha fatto e non lo poteva fare completamente nell’evoluzione quantitativa e qualitativa della sua specie, inevitabilmente ne altera l’equilibrio.
Se qualcosa nell’eco sistema non ha funzionato è proprio l’essere umano, il più dotato essere vivente del pianeta, con il suo sviluppo negli anni, pochissimi in confronto a quelli dell’habitat in cui vive, ne ha stravolto l’equilibrio, perdendo la funzione che aveva in correlazione con le altre affinché il tutto funzionasse e soprattutto forzando quel tutto “in funzione” del suo sviluppo.
E in questa presa di potere  “disfunzionale”, l’uomo ha perso il senso della sua partecipazione al cerchio della vita, ha perso il  significato dell’esistere come compartecipante a un unicum, ha cercato soluzioni esistenziali in immaginarie costruzioni religiose e macchinosi intrecci filosofici, o ha estremizzato razionalmente la sua vita perdendo la percezione magica e sensitiva di essa, quel rapporto diretto e non mediato con il mondo naturale.

Cosa c’entra tutto questo con il libro di Faulkner?  C’entra almeno per me perché è questo che mi è venuto in mente leggendolo. È una letteratura “includente”, espressivamente potente, lo stile narrativo fa si che le parole scritte  e poi lette si facciano immediatamente veicolo ricettivo di un luogo, di una persona , di un evento, la distanza di tempo, di spazio, il salto tra realtà e finzione si annullano per l’efficacia della sua capacità evocativa.
E’ come se anche il lettore attraversasse quel muro ancestrale che nel libro è rappresentato dall’apparire della foresta ai margini della terra spianata dall’uomo, margine che avanza sempre di più, come se vi entrasse dentro e  si compenetrasse con ogni forma vivente al suo interno, alberi, animali, percependo e diventando egli stesso  parte dell’essenza vitale, senza tempo e immateriale, che le pulsa dentro.



 Altri due libri, seppur molto diversi tra di loro, hanno      contribuito alle considerazioni fatte sopra: "Inagehi" sul  rapporto tra natura e nativi e "Indian creek"  sull'esperienza di un giovane uomo che decide, per  lavoro, di passare un intero anno da solo sulle  Montagne Rocciose.


domenica 2 dicembre 2012

A Casa di Toni Morrison




Toni Morrison è, per me,  una grande scrittrice,  incide nella mente di chi la legge qualcosa che è più profondo di semplici sollecitazioni intellettuali, si insinua come un’infiltrazione di sensualità (nell’accezione più larga del termine), di comprensione magica della realtà e dell’”altro”,  crea tra la sue storie e chi le legge una comunicazione diretta e senza filtri culturali.
Ci si impatta con i suoi personaggi, ci si entra dentro e li si vive. E’, la sua, una letteratura viscerale, carica di fisicità, di flessuosità, di ritmo, di istintività, il suo retaggio culturale, l'Africa che le scorre nelle vene, rende la sua scrittura qualcosa di particolare rispetto a quella cosi detta "occidentale".

Ho letto quasi tutti i suoi libri, quelli che mi sono particolarmente cari sono Amatissima e Jazz dove, più  che negli  altri, il suo linguaggio si fa musica, musica blues per il primo e musica jazz per il secondo.
E’ un libro (qui la sinossi) che parla di guerra e di razzismo, di comprensione umana e di aridità umana, di vite violentate e del riscatto di quelle stesse vite, della trasformazione della propria umanità, costretta a vivere l’orrore,  in un “cuore di tenebra” e del coraggio e la forza di saperla recuperare.

Di guerra: vedere i propri amici dilaniati e continuare a vederli anche dopo che sono morti e riuscire a esorcizzare il dolore solo tramite l’assassinio indiscriminato di altri esseri viventi ;
 bambini ridotti a offrirsi come oggetti sessuali e poi ucciderli per il disgusto, non solo verso una realtà orrenda ma anche verso sé stessi per aver provato la tentazione di accettare.

Di razzismo:essere cacciati, da un giorno all’altro, dalla propria terra e dalla propria casa perché di pelle nera,  essere vecchi e picchiati a morte con spranghe di ferro e calci dei fucili,  legati ad un albero con gli occhi cavati perché ci si è rifiutati di farlo;
essere bastonati e presi a calci per essere entrati in un negozio dove non si accettano persone “di colore”;
aver perso un braccio perché un poliziotto decide di fare il duro con un bambino e di sparargli;
essere usati come cavie umane per esperimenti medici; essere sfruttati  tanto da non avere neanche la forza di rivolgere una carezza e un sorriso ai propri figli.

Di comprensione umana: una rete di solidarietà e di appoggio concreto sul territorio per gli afroamericani in difficoltà, retaggio di quella Underground Railway che aveva protetto gli schiavi fuggiaschi con una serie informale di itinerari segreti e luoghi sicuri a partire dal 1700; il lavoro di donne energiche fisicamente ed emotivamente che vanno avanti a testa alta in una vita piena di difficoltà e di ingiustizie e si prendono cura materiale e psichica di una ragazza in fin di vita ridonandole la forza di vivere e un futuro;

Di aridità umana: riuscire a trattare una bambina in modo crudele senza neanche un’ombra di affettività, distruggendone l’infanzia e la coscienza di sé stessa, considerando il proprio tornaconto come unico valore che abbia senso tutelare;

Le vite dei due personaggi, Frank e Ysidra fratello e sorella, sono state violate da tutto ciò e Frank stesso ha violato altre vite.  Il libro li riporta “ a casa” che ha una collocazione fisica a Lotus in Georgia “il posto più brutto del mondo”  e una metaforica all’interno della loro essenza umana.
Lei,  Ysidra, aiutata dalla forza vitale delle donne che la curano,  riacquista la coscienza di sé come essere umano, con propri valori e qualità e si proietta verso il futuro, lui, Frank riporta alla coscienza quello che aveva rimosso e traslato in un falso ricordo dei fatti accaduti,  si muove più  verso una ricostruzione realistica del passato per venir fuori dal buco nero in cui la guerra lo aveva gettato. Solo facendo i conti con se stesso può riemergere, forse si possono perdonare i torti subiti, quasi mai quelli commessi.
Entrambi ritroveranno la pace interiore proprio nella loro casa dove entrambi faranno ritorno, non c’è niente e nessuno da cui ritornare, né materialmente né affettivamente,  è solo la fine di un viaggio, il ritorno consapevole al luogo di partenza. Non a caso l’ultimo atto che dei due fratelli ci viene raccontato riprende ciò che marginalmente li aveva colpiti nel primo capitolo. E’ Frank lì che ci racconta, con una potenza descrittiva quasi magica, una scappatella sua e di Ysidra quando erano ancora entrambi piccoli.
Il loro atto finale  rende giustizia e pietà al passato e si apre al domani.

La particolarità stilistica del libro è l’inserimento di capitoli in corsivo, in cui la voce narrante è quella di Frank che non solo ci da il suo racconto dei fatti e il suo punto di vista, ma dialoga con la scrittrice, quasi la sfida a cimentarsi nel racconto della sua vita. La sua voce rafforza la narrazione della storia, la personalizza e la drammatizza, quasi mettesse in dubbio la capacità della scrittrice di rendere adeguatamente la sua storia, come a dire “se non hai vissuto queste cose da “dentro” non puoi capirle né renderle in tutta la loro drammaticità”. Ma la Morrison le ha vissute da “dentro” e gira il dubbio di Frank a noi lettori mettendoci all’erta.

Un’ultima cosa, nel libro ricorre sporadicamente la visione di un omino vestito con un zoot suit, abito usato dagli afroamericani negli anni ’40, non riesco bene a individuarne la funzione, ho pensato a una sorta di coscienza di Frank che lo controlla aspettando la sua rinascita, ma, come dicevo, lasciamo che Morrison giochi con noi e la nostra poca dimestichezza con gli aspetti magici e irrazionali della vita. 



 “Sei libera. Niente e nessuno è obbligato a salvarti se non te stessa. Semina la tua terra.”

“Ritto qui c’è un uomo”



lunedì 28 maggio 2012

Dolce far nulla

Dolce far nulla

Un attimo fa ho dato un'occhiata nella stanza
ed ecco quel che ho visto:
la mia sedia al suo posto, accanto alla finestra,
il libro appoggiato faccia in giù sul tavolo.
E sul davanzale, la sigaretta
lasciata accesa nel posacenere.
Lavativo!, mi urlava sempre dietro mio zio,
tanto tempo fa. Aveva proprio ragione.
Anche oggi, come ogni giorno,
ho messo da parte un po' di tempo
per fare un bel niente.

Raymond Carver

http://youtu.be/jtSpiF5q-Cg