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sabato 7 marzo 2020
I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead
Colson Whitehead ci regala un altro potente libro per raccontarci un altro pezzo di America e un altro pezzo del razzismo americano. Lo spunto lo prende dal ritrovamento di un cimitero segreto dove venivano sepolti corpi di cui non si voleva render conto, provenienti da quella che una volta era la "scuola" Dozier, in realtà un centro di detenzione per adolescenti, in cui venivano perpetrati soprusi e violenze fino all'omicidio, e su questa storia vera, dopo essersi documentato in modo approfondito, costruisce un racconto e dei personaggi completamente plausibili.
Florida anni '60, in pieno periodo di segregazione e di lotta per i diritti civili, Elwood, nero, adolescente, coscienzioso, ha il desiderio di andare al College per uscire fuori dal ghetto, luogo così descritto, nel 1962, da James Baldwin* in una lettera al nipote, (che potrebbe benissimo essere Elwood stesso) - "Questo paese innocente ti ha confinato in un ghetto, e in questo ghetto è stabilito che tu marcisca........tu sei nato dove sei nato e hai di fronte il futuro che hai perché sei nero, per questa e nessun altra ragione. Per loro è scontato che i limiti alle tue ambizioni siano definiti una volta e per sempre. Sei nato in una società che con brutale limpidezza, e in tutti i modi possibili, ha messo in chiaro che sei un essere umano senza valore. Non ti si riconosce il diritto di aspirare all'eccellenza: hai diritto soltanto di accontentarti della mediocrità. Da qualunque parte tu sia rivolto, nella tua breve vita su questa terra, ti è stato detto dove potevi andare e cosa potevi fare (e come dovevi farlo) dove potevi vivere e chi dovevi sposare".
Elwood ascolta i discorsi di Martin Luther King e fiducioso nelle sue parole e nei cambiamenti che prospettano, inizia a partecipare alle lotte per diritti civili e attende il momento in cui potrà entrare nel ristorante dove lavora la nonna non come lavorante ma come cliente. La sua bravura a scuola e la sua volontà ferrea di progredire gli forniranno un'opportunità di entrare al college e proprio mentre sta per andarci si trova nella situazione sbagliata al momento sbagliato e il colore della sua pelle lo rende subito colpevole e finisce alla Nickel (leggi Dozier) luogo di sopraffazione, umiliazione e dolore fisico e morale per i ragazzi che lì vengono rinchiusi.
La crudeltà verso i più deboli, gli indifesi non è una prerogativa riservata ai neri, alla Nickel la così detta "Casa Bianca" è il luogo di tortura per tutti, ma è l'unico luogo di condivisione tra neri e bianchi, per il resto vige la segregazione che comprende, anche, una maggiore accanimento contro i ragazzi di colore su cui i sorveglianti, parecchi appartenenti o simpatizzanti per il KKK, sfogano la loro "libidine" razzista.
Elwood conosce e fa amicizia con Turner e si prospettano insieme come due personaggi antitetici e complementari, l'uno ricco di speranze e di idealismo, il secondo cinico e disincantato, immagini speculari di tipici ragazzi che popolano i ghetti afro-americani.
Elwood subisce, come gli altri, le umiliazioni, le violazioni, le degradazioni fisiche e morali infertegli dagli aguzzini di quel luogo, completamente in balia dei casuali picchi di ferocia.
E, in quella situazione, le parole di M.L.King che auspicano di combattere la violenza contro i neri con l'amore verso i bianchi cominciano a non essere più così chiare per lui, così plausibili, così realizzabili, così giuste.
I ragazzi della Nickel una volta fuori non avranno una vita facile segnati per sempre da quel luogo che li ha degradati anche nel loro diventare futuri uomini, l'esperienza della "scuola" li seguirà passo dopo passo e spesso finiranno preda dell'alcool, della droga, del crimine, della violenza, della morte.
Whitehead scrive un romanzo brutale, duro, con una scrittura asciutta che rende appieno la drammaticità della situazione; a differenza che ne "La ferrovia sotterranea" non introduce elementi immaginifici ma parla ugualmente di una fuga da una condizione che non riconosce alcuni esseri umani come persone con pieni diritti. La fine del romanzo, poi, ci regala delle invenzioni letterarie che permettono, oltre che una sorta di compensazione e ricomposizione della vita di Elwood, quella magica capacità della letteratura di stupire il lettore con l'immaginazione narrativa che non edulcora la realtà ma la arricchisce di possibilità, di profondità, la trascende per renderla più plausibile.
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* James Baldwin è un noto intellettuale afro-americano, attivista politico, scrittore di narrativa e di saggi, la frase citata è presa dal libro "La prossima volta il fuoco", Fandango 2020.
venerdì 15 giugno 2018
La ferrovia sotterranea
La ferrovia sotterranea è stata, durante il secolo XIX, una rete clandestina di percorsi e rifugi per permettere agli schiavi di fuggire dal sud al nord dove la schiavitù era già stata abolita. Venne definita così perché la terminologia che la individuava venne presa in prestito dal linguaggio ferroviario: i luoghi di sosta, per esempio, erano chiamati stazioni, coloro che li presidiavano capi stazione . La hunderground railroad, nel libro di Colson Whitehead, diventa una ferrovia sotterranea reale, che scorre in tunnel scavati nella terra dagli abolizionisti; è così che l'autore l'aveva immaginata da bambino, quando gliene parlavano, e quel ricordo gli ha dato spunto a elaborare un espediente narrativo sorprendente ed efficace.
Il romanzo, ambientato a metà dell'800 prima della guerra di secessione, racconta la fuga dalla piantagione della giovane schiava Cora, della sua fermezza nella ricerca della libertà, del suo coraggio a perseverare nonostante gli ostacoli, della sua giusta ostinazione a riconoscersi ed affermarsi come essere umano e non come oggetto, della sua crescita identitaria. A lei si oppone, con la stessa fermezza, Ridgway, cacciatore di schiavi, che fa della sua stessa determinazione quasi una filosofia di vita in cui i principi a cui si ispira sono sintetizzati nella definizione "Destino manifesto" che lui spiega a Cora in questo modo: "Significa prenderti ciò che è tuo, quello che ti appartiene, qualunque cosa pensi che sia. E tutti gli altri se ne stanno ai loro posti assegnati per permetterlo. Che siano i pellerossa o gli africani, devono arrendersi, sacrificarsi, in modo che noi possiamo ottenere ciò che ci spetta di diritto... A mio padre piaceva fare i suoi discorsi da indiano sul Grande Spirito», proseguì Ridgeway, «Ma dopo tutti questi anni, io preferisco lo spirito americano, quello che ci ha fatti venire dal Vecchio Mondo al Nuovo, a conquistare, costruire e civilizzare. E distruggere quello che va distrutto. A elevare le razze inferiori. Se non a elevarle, a sottometterle. Se non a sottometterle, a sterminarle. Il nostro destino prescritto da Dio: l’imperativo americano». Parole che ben delineano anche il concetto di "libertà americana" e che è in evidente contraddizione con la libertà di Cora.La scelta di una giovane donna come protagonista marca una ulteriore discriminazione, anche all'interno della stessa comunità afro-americana, individuando una "linea di genere", oltre a quella di colore concettualizzata da W. E. B. Du Bois , che attraversa la storia e le società.
Nella prima parte del libro l'autore ci descrive la vita dello schiavo, quale essa era veramente, sottoposta ad un quotidiano annichilimento ottenuto con il terrore, dove, qualsiasi cosa fosse ritenuta arbitrariamente un affronto al padrone, era punita con una inaudita ferocia che si abbatteva sugli adulti e sui bambini; non erano considerati essere umani, neanche animali ma oggetti con la differenza che l'oggetto schiavo provava dolore psichico e fisico, fonte di maggiore potere e soddisfazione per chi sistematicamente li distruggeva.
Questo espediente e la narrazione in terza persona (anche se dal punto di vista di Cora) gli permettono di allargare lo sguardo su una realtà che trascende il periodo contemporaneo alla storia, anticipando le leggi di segregazione emanate dopo la guerra civile, i grattaceli dell'urbanizzazione, la sterilizzazione di fine ottocento, gli studi sulla sifilide degli anni 30 e 40 del novecento, portandoci in avanti col tempo durante il quale il razzismo non è mai finito, il razzismo alla base della schiavitù si trasforma nella forma ma continua nella sua essenza discriminatoria fino ai nostri giorni. E' inevitabile, per chi legge, pensare a Obama e a come i bianchi statunitensi abbiano risposto con l'elezione di Trump.Cora percorre la sua strada di fuga attraverso gli stati, spostandosi verso il nord antischiavista; incontrerà ipocrite solidarietà che mascherano più sottili soprusi, persone sinceramente impegnate a restituire agli schiavi una umanità e una possibilità di vita dignitosa che verranno definite "amici dei "negri" e come loro punite, si scontrerà con modi e forme diverse di razzismo, di sopraffazione, di violenze. Tutto ciò renderà il "nord" irraggiungibile, non come luogo fisico a cui alla fine giungerà, ma come il simbolo di libertà, non esiste un "nord" per gli schiavi, per gli afro-americani, in nessuna parte degli Stati Uniti, il nord non è mai abbastanza nord perchè il razzismo è ovunque sotto forme diverse.
La ferrovia sotterranea che scorre in tunnel neri senza luce, nel romanzo di Colson, diventa metafora di più cose: la clandestinità in cui i bianchi abolizionisti dovevano agire; il nero della pelle degli schiavi; il nero del cuore di tenebra che anima i bianchi razzisti, il nero abisso della coscienza americana.
Uno dei capistazione che incontrerà Cora nel suo viaggio le dirà:" Se volete vedere come è fatto questo paese, io lo dico sempre, dovete prendere il treno. Mentre andate a tutta velocità guardate fuori, e vedrete il vero volto dell'America". Più avanti nella narrazione, quasi a rispondergli in differita, memore di quelle parole e più consapevole della realtà, Cora penserà: "Era tutto uno scherzo...fin dall'inizio" e Whitehead continua: "Nei suoi viaggi, fuori dal finestrino, c'era solo il buio, e solo quello ci sarebbe sempre stato".
Il romanzo, fuoriesce dalla tradizione biografica dello schiavo fuggiasco, come già Toni Morrison aveva fatto e non solo lei, universalizza il problema usando la finzione narrativa, e coinvolge più intensamente il lettore che si trova di fronte a un dramma umano e sociale che non ha mai trovato una giustizia storica all'interno del contesto nazionale in cui si è sviluppato - come pure ci racconta Ta-Nehisi Coates nel suo "Un conto ancora aperto" - né, di conseguenza, è stato ancora risolto.
L'autore fa dire a uno schiavo liberato:"... l’America è un’illusione, la più grande di tutte. La razza bianca crede – ci crede con tutto il cuore – che sia suo diritto impadronirsi della terra. Uccidere gli indiani. Fare la guerra. Mettere in catene i propri fratelli. Questa nazione non dovrebbe esistere, se ci fosse giustizia a questo mondo, perché le sue fondamenta sono l’omicidio, il furto e la brutalità. Eppure siamo qui."
Ma anche noi tutti siamo qui, in questo mondo, e continuiamo ad assistere a nuove schiavitù, a nuovi orrori, a continue discriminazioni e violenze.
"Se mi conficchi un coltello nella schiena per ventitré centimetri e ne tiri fuori quindici, non c'è stato un miglioramento. Se lo tiri fuori del tutto non c'è stato un miglioramento. Il miglioramento è curare la ferita che il colpo ha causato. E loro non l'hanno neanche tirato fuori il coltello, neanche a parlarne di curare la ferita. Loro non ammetterebbero neanche l'esistenza del coltello" (Malcolm X)
https://youtu.be/Wl3CLxzMSEA
giovedì 26 febbraio 2015
Selma di Ava DuVernay
Ava DuVernay, afroamericana già vincitrice al Sundance Film
Festival del 2012 per Middle of nowhere, ha diretto un film storico dove il
soggetto è quindi circoscritto dagli eventi che racconta, le marce, da Selma, Alabama, fino alla capitale dello stato Montgomery,
Selma, però, è molto di più, perché con la sua intensità
narrativa ci porta all’interno di un problematica mettendone a fuoco i vari
aspetti sociali e personali.
Inizia con l’assegnazione del Nobel per la pace a Martin Luther
King e subito dopo viene inserita una
potente e drammatica scena sulla bomba che membri del KKK fecero scoppiare in
una chiesa afroamericana uccidendo quattro bambine; si introduce così quale
fosse la realtà degli stati del sud degli Stati Uniti e come contrastasse un riconoscimento
così solenne, quale il Nobel, con la realtà del razzismo
e i livelli di crudeltà a cui arrivava, senza che le autorità federali intervenissero. Bastava uno sguardo, una parola
non gradita perché un nero fosse ucciso, torturato, bastava passare per la
strada per essere stuprata, bastava vivere per essere uccisi.
La figura di Martin Luther King è al centro del film, ma non
se ne dà una visione agiografica, è l’uomo che viene colto, conscio delle
proprie responsabilità di leader, assalito da paure e dubbi, teso nell’intento
di scegliere la cosa giusta per l’intera comunità che guida.
La tensione per King era anche quella di garantire la non
violenza da parte degli afroamericani, cosa difficile da realizzare perché significava non
reagire all'essere picchiati, a vedere donne, bambini e anziani colpiti dalla
ferocia della polizia e delle bande di bianchi armati e senza divisa che si
prestavano, ben contenti di farlo, al pestaggio dei manifestanti. Era, la non
violenza, una scelta morale ma anche un modo per far emergere la brutalità della
repressione e cercare di coinvolgere l'opinione pubblica bianca che non
condivideva il razzismo e le forme in cui si manifestava.
Controaltare a questa tipologia di comportamento non violento era rappresentato dalla dottrina di autodifesa armata di Malcolm X, che appare nel film in un breve frammento in cui incontra Coretta Scott King mentre il marito è in carcere. X era a Selma, il 4 febbraio, perchè sollecitato a partecipare dal SNCC, l'organizzazione non violenta degli studenti, a una conferenza organizzata dalla Southern Christian Leadership Conference e sponsorizzata dallo stesso King, ma anche perchè, nonostante le sue critiche al movimento del pastore protestante, era affascinato dalla costanza e dal coraggio della battaglia di Selma. Parlò a una folla di 300 persone lodando l'impegno di King, ma ponendo come alternativa, a un eventuale suo insuccesso, la sua tipologia di resistenza.
La figura di Malcolm è quasi evanescente nel film, nei pochi momenti in cui appare, il 21 febbraio sarebbe stato ucciso, fa immaginare un possibile avvicinamento tra i due leader, se non per condividere il metodo di lotta, per la costruzione di una stima reciproca. Si avverte anche in questo piccolo, ma, secondo me, intenso frammento, quale sarà anche il destino dello stesso King.
Du Vernay, ha girato un film reale e potente, in cui la descrizione degli eventi ha la forza della verità, nella sua crudezza e nella sua forza, in cui i semplici fatti sono arricchiti dai retroscena personali di tutti coloro che vi parteciparono, in cui la lotta per la giustizia ha lo spessore profondo delle sofferenze di ogni singolo partecipante; dietro ad ognuna di quelle persone che sfilarono da Selma a Montgomery, c'era una vita, delle aspettative, dei desideri, il diritto di esercitare la possibilità di essere una "persona".
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Sono state mosse critiche alla regista per aver dato un'immagine negativa di Lyndon Johnson, ma da quello che mi risulta i fatti avvennero proprio così, e l'atteggiamento del Presidente fu esattamente quello descritto, e bene lo sottolinea King quando, sollecitato a rinunciare alle marce per evitare violenze, rispose che non era lui a dover fare un passo indietro ma lo Stato a doverne fare uno in avanti e garantire, una volta per tutte e per tutti, i diritti Costituzionali tanto decantati per tutti i cittadini americani ma osteggiati per la popolazione afroamericana, di ribaltare quello che di fatto era il segregazionismo: il non diritto di vivere per i neri e il diritto di non farli vivere dei bianchi.Mi viene da fare un'associazione tra questo film e i libri di Richard Wright, uno fra tutti/e gli/le scrittori/ttrici afroamericani/e.
Un'immagine mi ha colpito e mi sento di segnalarla quale sintesi, quella in cui un poliziotto, che si prepara a respingere la marcia, avvolge sul proprio manganello del filo spinato.
Quello che segue è un filmato della terza marcia, quella che arrivò a Montgomery.
domenica 2 dicembre 2012
A Casa di Toni Morrison
Toni Morrison è, per me,
una grande scrittrice, incide
nella mente di chi la legge qualcosa che è più profondo di semplici
sollecitazioni intellettuali, si insinua come un’infiltrazione di sensualità
(nell’accezione più larga del termine), di comprensione magica della realtà e
dell’”altro”, crea tra la sue storie e
chi le legge una comunicazione diretta e senza filtri culturali.
Ci si impatta con i suoi personaggi, ci si entra dentro e li
si vive. E’, la sua, una letteratura viscerale, carica di fisicità, di
flessuosità, di ritmo, di istintività, il suo retaggio culturale, l'Africa che le scorre nelle vene, rende la sua scrittura qualcosa di particolare rispetto a quella cosi detta "occidentale".
Ho letto quasi tutti i suoi libri, quelli che mi sono
particolarmente cari sono Amatissima e Jazz dove, più che negli altri, il suo linguaggio si fa musica, musica
blues per il primo e musica jazz per il secondo.
E’ un libro (qui la sinossi) che parla di guerra e di
razzismo, di comprensione umana e di aridità umana, di vite violentate e del
riscatto di quelle stesse vite, della trasformazione della propria umanità,
costretta a vivere l’orrore, in un “cuore
di tenebra” e del coraggio e la forza di saperla recuperare.
Di guerra:
vedere i propri amici dilaniati e continuare a vederli anche dopo che sono
morti e riuscire a esorcizzare il dolore solo tramite l’assassinio indiscriminato
di altri esseri viventi ;
bambini ridotti a offrirsi come oggetti sessuali
e poi ucciderli per il disgusto, non solo verso una realtà orrenda ma anche
verso sé stessi per aver provato la tentazione di accettare.
Di
razzismo:essere cacciati, da un giorno all’altro, dalla propria terra e dalla
propria casa perché di pelle nera, essere
vecchi e picchiati a morte con spranghe di ferro e calci dei fucili, legati ad un albero con gli occhi cavati perché ci si è rifiutati di farlo;
essere
bastonati e presi a calci per essere entrati in un negozio dove non si
accettano persone “di colore”;
aver perso
un braccio perché un poliziotto decide di fare il duro con un bambino e di sparargli;
essere usati
come cavie umane per esperimenti medici; essere sfruttati tanto da non avere neanche la forza di
rivolgere una carezza e un sorriso ai propri figli.
Di
comprensione umana: una rete di solidarietà e di appoggio concreto sul
territorio per gli afroamericani in difficoltà, retaggio di quella Underground
Railway che aveva protetto gli schiavi fuggiaschi con una serie informale di
itinerari segreti e luoghi sicuri a partire dal 1700; il lavoro di donne
energiche fisicamente ed emotivamente che vanno avanti a testa alta in una vita
piena di difficoltà e di ingiustizie e si prendono cura materiale e psichica di
una ragazza in fin di vita ridonandole la forza di vivere e un futuro;
Di aridità
umana: riuscire a trattare una bambina in modo crudele senza neanche un’ombra
di affettività, distruggendone l’infanzia e la coscienza di sé stessa,
considerando il proprio tornaconto come unico valore che abbia senso tutelare;
Le vite dei
due personaggi, Frank e Ysidra fratello e sorella, sono state violate da tutto
ciò e Frank stesso ha violato altre vite. Il libro li riporta “ a casa” che ha una collocazione
fisica a Lotus in Georgia “il posto più brutto del mondo” e una metaforica all’interno della loro essenza
umana.
Lei, Ysidra, aiutata dalla forza vitale delle donne
che la curano, riacquista la coscienza
di sé come essere umano, con propri valori e qualità e si proietta verso il
futuro, lui, Frank riporta alla coscienza quello che aveva rimosso e traslato
in un falso ricordo dei fatti accaduti, si muove più verso una ricostruzione realistica del passato
per venir fuori dal buco nero in cui la guerra lo aveva gettato. Solo facendo i
conti con se stesso può riemergere, forse si possono perdonare i torti subiti,
quasi mai quelli commessi.
Entrambi
ritroveranno la pace interiore proprio nella loro casa dove entrambi faranno
ritorno, non c’è niente e nessuno da cui ritornare, né materialmente né affettivamente,
è solo la fine di un viaggio, il ritorno
consapevole al luogo di partenza. Non a caso l’ultimo atto che dei due fratelli
ci viene raccontato riprende ciò che marginalmente li aveva colpiti nel primo
capitolo. E’ Frank lì che ci racconta, con una potenza descrittiva quasi magica,
una scappatella sua e di Ysidra quando erano ancora entrambi piccoli.
Il loro atto
finale rende giustizia e pietà al passato e si apre al domani.
La
particolarità stilistica del libro è l’inserimento di capitoli in corsivo, in
cui la voce narrante è quella di Frank che non solo ci da il suo racconto dei
fatti e il suo punto di vista, ma dialoga con la scrittrice, quasi la sfida a
cimentarsi nel racconto della sua vita. La sua voce rafforza la narrazione
della storia, la personalizza e la drammatizza, quasi mettesse in dubbio la
capacità della scrittrice di rendere adeguatamente la sua storia, come a dire “se
non hai vissuto queste cose da “dentro” non puoi capirle né renderle in tutta
la loro drammaticità”. Ma la Morrison le ha vissute da “dentro” e gira il dubbio
di Frank a noi lettori mettendoci all’erta.
Un’ultima
cosa, nel libro ricorre sporadicamente la visione di un omino vestito con un
zoot suit, abito usato dagli afroamericani negli anni ’40, non riesco bene a
individuarne la funzione, ho pensato a una sorta di coscienza di Frank che lo
controlla aspettando la sua rinascita, ma, come dicevo, lasciamo che Morrison giochi con noi e la nostra poca dimestichezza con gli aspetti magici e irrazionali della vita.
“Sei libera. Niente e nessuno è obbligato a
salvarti se non te stessa. Semina la tua terra.”
“Ritto qui c’è un uomo”
lunedì 6 febbraio 2012
Molta america in poche righe di un libro
Ho letto questo libro tanto tempo fa, come immagino abbiano fatto molti miei coetanei. In realtà non ne ricordo la trama, riprendendolo ora in mano, ne ho riletto l'incipit e anche la citazione sulla copertina, questa:
"La' attorno c'era aria di mistero. La macchina correva su una strada fangosa elevata sulle paludi che strapiombava da entrambi i lati e lasciava pendere dei viticci. Oltrepassammo un'apparizione: un negro con una camicia bianca che camminava con le braccia levate verso il cielo d'inchiostro. Poteva essere che pregasse oppure invocasse una maledizione. Noi gli saettammo proprio accanto; mi voltai a guardare dal finestrino posteriore per vedere i suoi occhi bianchi".
Non ho memoria del contesto narrativo in cui questo brano è inserito ma in queste poche righe è nascosto molto più di quello che le parole esprimono….
….aria di mistero….
mistero che aleggia nell’aria dei paesaggi…
quando lo sguardo si perde all’infinito senza che qualsiasi elemento gli faccia da punto di riferimento, lungo le pianure dove di notte incombe un cielo a cupola e le stelle arrivano fino all’orizzonte;
quando il mondo si capovolge e i rilievi si ergono dal basso delimitati da canyon e ci raccontano quello che una volta era il fondo del mare;
quando monoliti scolpiti dal tempo segnano il territorio come giganti muti a testimoniare
la grandezza dell’ignoto;
quando si attraversano paludi che sembrano nascondere nel loro intrigo di acque, rami, radici e alberi il senso oscuro della terra, paure ancestrali avvolte in riverberi di luce umida e visionaria;
quando si percepisce che quella magia e quel senso di mistero e' stato forse compreso solo da coloro che per primi lo vissero, perché lo interpretavano e soprattutto lo rispettavano e lo spirito di quegli uomini, perché solo quello è rimasto, fa parte di quel mistero:
…e la macchina correva…
Topos nord-americano, l’”on the road” …appunto… il viaggio, lo spostamento, la voglia di andare oltre, il mito di Ulisse il mito della “frontiera”, ma anche la fuga, la fuga da tutto, la fuga da se stessi, dalla vita, dal sogno irrealizzato e irrealizzabile, dal mondo organizzato, dall’io organizzato e nel viaggio, nella fuga gli occhi vedono…vedono scivolare paesaggi, punti di vista e la “libertà” sembra raggiunta….
…oltrepassammo un’apparizione…
di “apparizioni” se ne incontrano viaggiando…stranezze di vario genere, umane, paesaggistiche naturali e non…su di una terra gravida di incastri culturali, di aspettative mancate, di crudeltà esasperate, di verità cercate, celate o imposte, di menzogne, di sangue e sofferenze…si aggirano stranezze e pazzie solitarie che si colgono e si lasciano indietro ma che rimangono nella mente…”mi voltai a guardare dal finestrino posteriore per vedere i suoi occhi bianchi.
…apparizione….dell’umanità negata…
….un negro che camminava con una camicia bianca…
contrasto nero/bianco, un contrasto mai sanato…
è l’apparizione di uno degli orrori consumati nel nord America,
una delle sue più assordanti contraddizioni
… camminava con le braccia levate verso il cielo d'inchiostro. Poteva essere che pregasse oppure invocasse una maledizione…
camminava e il suo percorso era iniziato da molto lontano e forzatamente; dietro i suoi passi un scia che, senza pietà, dalla terra d’Africa si inabissava in fondo all’Oceano Atlantico, lasciando un “binario di ossa” e riemergeva come psichedelica allucinazione in una sequenza di laceranti urla, latrati di cani , sferzate di frusta, di “strange fruit” pendenti dagli alberi, di fuochi umani, di ventri profanati, di cognomi da mutare in X, di carni e anime lacerate, di affetti strappati, di dignità schiacciate…pregava un dio che non l’ha salvato, malediceva una razza bianca dall’anima nera che l’ha profanato...
…gli saettammo proprio accanto….
in un attimo ci possono essere molte cose, in poche righe molto di più di un semplice attimo temporale.
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