lunedì 16 aprile 2012

Non sense americano in

"Pesca alla trota in America" di Richard Brautigan, traduzione di Riccardo Duranti, a cura di Enrico Monti, edizioni Isbn



Un giorno incontrai Pesca alla trota in America, indossava un pianoforte a mezza coda e suonava la tromba. Le note uscivano dalla campana e, dopo aver suonato i tasti del pianoforte, rimbalzavano per terra e se ne andavano a spasso tra la gente…mi fermai e gli chiesi come mai fosse così elegante e lui con gli occhi mi indicò qualcuno che stava passando di lì..era Chet Baker.. che mi disse  “ Il pianoforte ha in se tutta la musica, lo indossi ed essa ti penetra dentro e dall’interno di te fuoriesce, eterea e immateriale.. i pensieri si intrecciano alle emozioni, ti fa buttare fuori quello che hai dentro, tutte le sensazioni e le percezioni, e ti permette di rendere evanescente anche la realtà”. Ringraziai Chet, salutai Pesca, raccolsi una nota, me la misi n tasca e continuai a camminare accompagnandomi nell’aria.

Ecco una roba così questo libro, un insieme di capitoli fatti di non sense, quello qui sopra l’ho inventato io, con buona pace di Brautigan, per dare un‘idea, senza citarlo…ne chiedo venia….

Brautigan nasce a Tacoma nel 1935 sulle coste settentrionali della west coast, un territorio di una bellezza imponente e selvaggia, la sua infanzia è difficile, non conosce il padre ( né il padre sapeva della sua esistenza)  cresce senza amore e comprensione, viene maltrattato, a volte, dagli uomini della madre. La sua adolescenza è altrettanto travagliata, decide, ad un certo punto, di essere il migliore della classe, ci riesce  ma poi lascia perdere perché lo trova noioso. E' di poche parole ed ha pochi amici. A 19 anni entra in una stazione di polizia e lancia un sasso contro una vetrata, viene arrestato e finisce nel manicomio dove Milos Forman ambienterà “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Quando ne esce, pochi mesi dopo, lascia per sempre la madre e parte per  San Francisco. Inizia a lavorare come assistente per un inventore e viene a contatto con gli ambienti libertari della cultura underground, dove ha modo di conoscere molti autori di quel periodo ma non si inserisce completamente nella loro cerchia. Scrive e pubblica poesie e il suo primo romanzo ”Il generale immaginario” ma senza successo che otterrà, invece, con "Pesca alla trota in America", scritto nel 1961 e pubblicato nel 1967,  che venderà circa due milioni di copie, diventando una sorta di manifesto della controcultura della fine degli anni ’60.
La notorietà non gli è d’aiuto, però: anzi l’essere riconosciuto per strada alla stregua di una star hollywoodiana  lo spingerà ad isolarsi nel Montana, ma, contraddittoriamente, quando sarà dimenticato e non più apprezzato, si sentirà di nuovo abbandonato.  L’alcolismo, presenza quasi continua nella sua vita, la paranoia e il disagio mentale del vivere lo porteranno alla morte, verrà infatti trovato suicida in una casa in California.
Il suo romanzo, (anche se parlare di romanzo è già un azzardo), il suo libro è un insieme di episodi surreali, paradossali, immaginifici, ognuno a sé stante, senza un logico collegamento, l’unico filo conduttore è Pesca alla trota in America, ma un filo anch’esso fluttuante e che si perde in una realtà visionaria.
Ma cosa o chi  è “Pesca alla trota in America”? Bella domanda!
E` essenzialmente un‘entità poliedrica che l’autore usa funambolicamente per raggiungere i suoi scopi narrativi, può essere un luogo, una persona, una cosa, un modo di essere, di pensare. Nella realtà è una consuetudine della vita di provincia americana. 
E’ probabile che  proprio partendo da questa tradizione della pesca,  (forse una a caso)  B. abbia voluto scardinare tutta la banalità, l’ipocrisia, l’assurdità di rituali che assurgono a realizzazioni di vite, che abbia dato una versione onirica del sogno americano  che si spegne ogni giorno in una realtà opaca e ripetitiva, in cui la libertà di fare si scontra con la libertà dell’essere.
L’autore è l’emblema di un uomo che, penalizzato da una vita difficile e dotato di una sensibilità "altra", non riesce a rimanere nei canoni sociali riconosciuti e si ritrova a vivere in quella parte di umanità che viene definita “white trash”, ai margini della società che del conformismo fa la sua regola di vivere e il suo modo di realizzarsi.
In fondo è il problema di sempre di chi in questa tipologia di vita ci sta stretto e cerca vie di fuga che, spesso, l’unico luogo in cui conducono sono l’emarginazione a vari livelli, la follia in varie forme fino ad arrivare al suicidio. Le sue, di  vie di fuga, sono state l’alcool e la scrittura, la capacità di ribaltare in farsa le modalità consolidate di gestire la quotidianità, un modo per uscire fuori dalla gabbia di una realtà in cui si sta scomodi.
Leggendolo, questo libro, mi sono venute in mente varie correlazioni: una con la letteratura legata alla Patafisica (Boris Vian per intenderci), “scienza delle soluzioni immaginarie”, in cui si da risalto al particolare, si sottolinea l’eccezione e si trasfigura la realtà descrivendola in modo non sensato, assurdo e surreale, l’unico possibile per poterne parlare.
L’altra è con i racconti di R. Carver, momenti isolati di realtà diverse, brevi episodi di esistenza senza che se ne sappia alcunché del prima e del dopo, spezzoni di vita presi a caso, brevi narrazioni che racchiudono e rendono il senso della vita attraverso brevi spiragli temporali. Ma quello che caratterizza Carver è proprio la scarnificazione della realtà in gesti quotidiani, di cui ci dà una descrizione così come accadono senza alterazioni letterarie, stringate narrazioni di singoli episodi, la comicità e la tragicità della vita così com’è, semplicemente. Brautigan, invece, stravolge la realtà,  ammanta quei singoli episodi di una surreale trasfigurazione.  Il primo scarnifica anche la narrazione, riduce  le parole per  descriverla, le limita all’essenziale; il secondo, rasentando a volte la poeticità, ha costruzioni letterarie più elaborate e le parole diventano stramberie atte all’uso. Entrambi ci danno una visione dell’assurdità della vita in generale e, in particolare, della decomposizione ( in tutti i sensi) del sogno americano. E’ strano sembra che la letteratura americana si divida tra coloro che celebrano il famigerato “sogno americano” e coloro che lo smantellano, il mito per antonomasia ha focalizzato, in negativo e in positivo le forme artistiche del nuovo mondo.
A conclusione di questo tentativo, forse confusionario e, mi sembra,  per niente esaustivo, di parlare di un libro che  fa divertire e molto, pensare e decriptare il suo senso e che lascia un fondo di tristezza e di ineluttabilità, prendo due citazioni una dallo stesso libro e la seconda  da Alain Resneis tratta dal suo film “Mon oncle d'Amérique”:

“ stava partendo per l’America, che spesso è solo un luogo della mente”

“L’America non esiste, io lo so perché ci sono stato”

Consiglio di leggerlo per capire quello che ho provato a dire e…la prossiva volta che vi capita di incontrarlo, Pesca alla trota in America, raccogliete anche voi una nota e mettetela in tasca…….


p.s. dopo aver postato quest’ultima foto di Brautigan,( la prima che ho messo è quella della copertina della prima edizione americana del libro) mi è venuto in mente che la foto, nell’espressione, nel gesto, nella postura etc .etc. è una sintesi visiva di tutto quello che è stato Brautigan, o almeno di quello che io ho capito di lui…una sorta di ultima scena di un film…avete presente gli ultimi fotogrammi di C’era una volta in America, il sorriso, ripreso dall’alto, di Noodle sdraiato sul lettino della fumeria d’oppio ? Beh secondo me quel sorriso racchiude tutto il film, come la foto la personalità di Brautigan.