sabato 4 novembre 2017

Gli invisibili

Cristina Henriquez  Anche noi l'America
ed. NNE, traduzione di Roberto Serrai

Il titolo originale è The book of Unknown Americans, ma, come ci dice il traduttore in una postfazione, è stato felicemente cambiato in Anche noi l'America prendendo spunto da una poesia del poeta africano americano Langston Hughes: I, too ( I,too, sing America....I, too, am America).
La mancanza del predicato verbale - dice sempre Serrai -  lascia liberi di inserire il verbo che si preferisce associare a questo strano, eterno esperimento di paese.

Il libro tratta dell'immigrazione dal Messico verso gli Stati Uniti sia di messicani che di altre popolazioni dell'America del sud per sfuggire a situazioni di povertà, disagio e pericolo personale.

E' una narrazione corale suddivisa in capitoli intitolati a singoli personaggi. Quelli che hanno più voce sono i protagonisti di due famiglie, una proveniente dal Messico per assicurare migliori cure alla figlia adolescente reduce da un incidente che le ha procurato danni mentali e l'altra emigrata da Panama quindici anni prima con due figli di cui uno, Mayor, adolescente. Tra gli adulti, sopratutto tra le due donne, nasce una profonda amicizia, fatta di  comprensione e solidarietà, e tra i loro figli una tenera relazione che ridarà il sorriso alla ragazza, Maribel, che si sentirà accettata per quello che è mentre intorno a lei si crea un certa diffidenza per la sua difficoltà di inserirsi nella normale quotidianità; le attenzioni di cui ha bisogno necessitano di una scuola di sostegno e la sua capacità di relazionarsi con gli altri e la realtà circostante è inficiata dai danni subiti a seguito dell'incidente.

Tutti abitano nella stessa zona in un paese del Delaware insieme ad altri immigrati, che, pur provenendo da luoghi diversi, cercano di fare comunità tra di loro. Sono alcuni di questi che, con le loro storie, compongono altri capitoli del libro dando un respiro più ampio alla narrazione e più completezza alla definizione del fenomeno della migrazione interna al continente americano, fenomeno tragico, quanto attuale, che ha origine dall'espansione statunitense nei territori messicani di metà '800 e continua con l'ingerenza degli USA negli stati del centro e sud America negli anni a seguire.

Sono persone che provengono dal Paraguay, Guatemala, Puerto Rico,Venezuela, Nicaragua tutte arrivate con l'aspettativa di un futuro migliore e che si ritrovano, invece, a dover gestire una quotidianità piena di problematiche: essere accettati all'interno della società statunitense, imparare la lingua e le abitudini, trovare un lavoro che non sia improntato a una estrema precarietà e causa di sfruttamento, abitare in case fatiscenti, fare i conti con una costante insufficienza di denaro, sentirsi esclusi da quell'ormai famoso, quanto illusorio, "sogno americano" che ha mietuto sempre più vittime e non solo tra gli immigrati, ma anche tra una grossa fetta di statunitensi. Questi ultimi però, forti del loro orgoglioso senso di appartenenza alla nazione, tipico di quel popolo a tutti i livelli sociali, non sviluppano un senso di solidarietà verso lo straniero che vive nella loro stessa  marginalità, ma solo diffidenza se non, addirittura, odio.

Tutti i protagonisti del libro vivono in bilico tra la speranza e la nostalgia, tra la tensione di integrarsi e il desiderio di mantenere vive le proprie origini, le proprie abitudini. La diversità del cibo, primaria necessità, subito fa da spartiacque tra il prima e il dopo, segna lo straniamento di trovarsi fuori dal proprio ambiente, dal calore che l'appartenenza a una collettività trasmette, da quell'insieme di consuetudini che rassicura, protegge, fa sentire partecipe, a pieno titolo, di un ambiente sociale.

"Anche noi l'America" potrebbe voler dire che tutti i protagonisti appartengono all'America come continente, ma anche che tutti fanno parte di quel coacervo di popolazioni che abitano gli Stati Uniti, senza essere però riconosciute di fatto come sue componenti, potrebbe voler dire che tutti a partire dai nativi agli africani ai messicani etc, appartengono a quella invisibilità umana di cui parla Ralph Ellison, frutto di un razzismo diffuso e molteplice che ha discriminato tutti coloro che non potevano essere associati a quel nucleo fondante dell'America del nord che tuttora resiste nel volersi affermare come unico degno di esercitare la libertà. Quella libertà americana intesa come attributo unicamente soggettivo che consente loro di poter disporre delle cose e degli altri senza reciprocità e senza limite alcuno, nella convinzione di essere depositari di una verità esclusiva e di una missione divina, ma anche laica, di modificare il mondo a propria immagine e somiglianza.

L'autrice, nel racconto lineare, che si sviluppa attraverso le vicende dei suoi protagonisti e delle loro famiglie, inserisce al suo interno tessere narrative di altre situazioni personali che fanno del libro un mosaico di vite il cui insieme delinea le problematiche umane di un fenomeno sociale, quello dell'immigrazione, quanto mai attuale e, ormai, di portata mondiale ben lontano da una giusta soluzione.

Tutti i personaggi parlano in prima persona dando al romanzo un'immediatezza espressiva che coinvolge il lettore fino a commuoverlo nelle pagine più drammatiche, in esse il dolore è reso vivido e intenso, senza uso alcuno di malizia retorica, ma con l'autenticità di una scrittura che partecipa alle emozioni narrate.

Solo una delle protagoniste principali non ha voce propria e viene raccontata attraverso le relazioni che gli altri hanno con lei, Maribel che, nella sua perdita del contatto con la realtà, deve ricostruire la propria vita e rinascere come individuo.


Langston Hughes

I, TOO                                                                         ANCH'IO                                                     

 I, too, sing America                                             Anch'io canto l'America
I am the darker brother                                     Io sono il fratello più scuro
They send me to eat in the kitchen                  Mi mandano a mangiare in cucina
When company comes                                       Quando vien gente
But I laugh                                                            Ma io rido
An' eat well                                                           E mangio bene
And grown strong.                                             E divento forte.

To-morrow,                                                         Domani,
I'll sit at the table                                                Siederò a tavola
When company comes                                      Quando verrà gente
Nobody'll dare                                                    Nessuno oserà
Say to me,                                                            Dirmi:
"Eat in the kitchen"                                           "Mangia in cucina"
Then                                                                      Allora.

Besides,                                                                  E poi,
They'll see how beautiful I am                         Vedranno la mia bellezza
And be ashamed, -                                              E ne avranno vergogna:
I, too, am America                                              Anch'io sono l'America








martedì 10 ottobre 2017

Lincoln nel Bardo di George Saunders




Premessa: Il Bardo, nella concezione religiosa del Buddismo, è lo stato della mente dopo la morte, uno
stato di transizione tra la vita e la rinascita, in cui la coscienza si distacca dal corpo.


 Saunders con questo libro lancia una sfida al lettore, alla letteratura e a sé stesso.

Egli si porta e ci porta, per tutta la durata della narrazione, in un luogo dove tutti sono reali ma al contempo al di fuori della realtà fisica, dove il tempo di una esistenza si può concentrare in un attimo o perdersi nell'eternità.

Se il concetto del tempo nel libro è completamente evanescente, il tempo narrativo è ben specificato: è il giorno dei funerali di Willie, figlio undicenne del Presidente, il 24 febbraio 1862. Durante la notte Abe Lincoln da solo, cavalcando un misero cavallo così piccolo che quasi i suoi piedi toccano terra, travolto e stravolto dal dolore per la perdita del figlio, si reca nella cripta dove è stato deposto per stare con lui un'ultima volta.

La sfida al lettore è quella di soggiornare in un luogo straniante e scomodo che lo mette in contatto con l'ambiguità del mistero della vita e della sua fine, con le paure recondite "dell'aldilà", e con il tabù di quello che potremmo, forse, essere quando non saremo più.

La sfida alla letteratura è quella di inserire al suo interno un libro che rompe gli schemi narrativi tradizionali, in una frammentarietà di voci inusuali e spiazzanti a cui si intervallano, casualmente, citazioni, vere e false, di personaggi dell'epoca, in una sorta di responsoriale alternanza tra narrazione surreale e storica.

La sfida per l'autore è quella di realizzare letterariamente il Bardo,  luogo di struggente nostalgia, di dolore, pietà e paura in cui si aggirano coscienze in bilico tra il rimanere  ancora legati in qualche modo alla vita o l'assurgere ad uno stato diverso e definitivo di pura spiritualità; coscienze dei più svariati personaggi, di diverse estrazioni sociali, colti, ignoranti, ladri, militari, razzisti, ubriaconi, artisti, omosessuali, scapoli, coniugi, madri, tutti con una loro storia, un loro linguaggio, tutti convinti di essere "malati", quindi tutti con la speranza di "guarire".

Sono alcune delle voci di queste coscienze che ci accolgono subito ad inizio libro e che rimarranno con noi fino alla fine, a loro se ne aggiungeranno molte altre in un balletto continuo di anime che parlano, raccontano, commentano, si muovono, partecipano e resistono a lasciare quello stato ambiguo.

Sono loro che accoglieranno Willie - è lui il Lincoln nel Bardo - sono loro che seguiranno il Presidente nella sua notte di dolore che, inconsapevole di cosa lo circonda, farà un gesto che li toccherà profondamente: aprirà la bara del figlio e lo abbraccerà, lo terrà nelle sue braccia, lo accarezzerà parlandogli.
Nessuno aveva osato fare tanto, l'unico contatto fisico - ricordano le anime- a loro riservato era stato quello utile alla loro sistemazione nella "cassa da malato" mai erano stati toccati, presi tra le braccia dopo la loro "malattia", e questo riaccende in loro la speranza che non tutto sia perduto.
Lincoln padre sfida il tabù della morte, quell'estraneità che coglie verso il corpo di chi non è più, il corpo che diventa qualcosa di diverso dalla persona che lo abitava, una cosa, in via di disfacimento, quella cosa che tutti noi, prima o poi diventeremo.

Il pathos di quel momento è potente, riporta visivamente alla Pietà di Michelangelo ed eguaglia la forza emotiva dell'ultima scena di Furore di Steinbeck.

Se il Presidente, inconsapevolmente, porta scompiglio all'interno del Bardo, anch'egli sarà influenzato da quella sua esperienza drammatica che lo porrà di fronte alle sue responsabilità di uomo politico; capirà attraverso il suo dolore quello delle migliaia di persone che hanno perso e perderanno i loro figli nella guerra civile in corso, comprenderà la devastazione umana che la guerra sta portando, si chiederà quanto quello che sta facendo sia giusto. Si troverà a capire che "tutti tribolavano sotto il peso di qualche sofferenza; tutti soffrivano; qualunque strada si prendesse al mondo, bisognava sempre ricordare che tutti soffrivano (nessuno era soddisfatto; tutti erano offesi, trascurati, misconosciuti, incompresi), perciò bisognava fare il possibile per alleviare il peso di coloro con cui si veniva in contatto; la sua attuale condizione di sofferenza non era esclusiva, tutt'altro, ma simile a quella che vivevano e avrebbero vissuto altre schiere di persone, in ogni momento, in ogni tempo, e non andava prolungata né esagerata perchè, in quella condizione, lui non poteva essere di aiuto a nessuno e dato che il suo ruolo lo poneva nella condizione di essere di grande aiuto o gran danno, non doveva continuare ad abbattersi, se poteva evitarlo".

Quale il male da alleviare allora, quanta sofferenza si poteva e doveva infliggere perché l'umanità andasse avanti, alleviando parte di quelle sofferenze ma infliggendone altre? Quale il sommo bene da raggiungere e salvaguardare? la risposta che si è dato è nella storia, e le varie considerazioni politiche del caso qui sono fuori luogo.

 E' un libro, questo, che per la forma richiede duttilità e, almeno all'inizio, la pazienza di andare fino al punto in cui  il contesto diventa chiaro; per la sostanza, di indubbia inclinazione escatologica,  la disponibilità di entrare in un mondo che il più delle volte evitiamo perché inconosciuto e inconoscibile, legato alle paure più recondite del nostro essere,  insinuante di struggenti nostalgie reali e ipotetiche.

In alcune interviste l'autore ci dice che lo spunto a scriverlo è stato proprio il venire a conoscenza, circa vent'anni fa, dell'episodio di Abramo Lincoln che passa la notte insieme al figlio appena sepolto, e che solo la maturità raggiunta lo ha portato a dare esito concreto a questo suo proposito di non facile attuazione per la complessità e la delicatezza dell'argomento. Inevitabilmente è, almeno per come lo ha elaborato, anche un libro che pone riflessioni su un momento storico che ha segnato un punto determinante per la storia degli Stati Uniti e che, forse, porta a riflettere anche su come sono arrivati allo stato attuale di regressione culturale e sociale. E neanche il romanzo è immune dalla tematica del razzismo, sia perché la figura di Abe Lincoln la pone anche solo con la sua presenza sia per come le anime dei neri, presenti nel Bardo, cercano di entrare in rapporto con lui, per quello che esprimono e cercano anche di comunicargli; l'ultima pagina del libro, a questo proposito, è un piccola raffinatezza.

Saunders, comunque, riesce a smorzare la drammaticità insita nella sua narrazione con elementi farseschi, con dialoghi e racconti irriverenti, ironici, beffardi a volte al limite della comicità e dell'oscenità, e tutto è pervaso da un senso di umanità, di comprensione e accettazione a priori, di vite ormai consumate ma ancora non propriamente concluse e, in generale, di tutta una umanità che si arrabatta per vivere la miglior vita possibile a cui rimane strenuamente attaccato anche oltre la morte.
Si respira per tutto il libro un senso di reciproca empatia profonda che trova la sua massima e più compiuta espressione in quell'atto estremo che è rappresentato nell'entrare letteralmente l'uno dentro l'antro, atto possibile nell'irreale situazione del narrato.

Tutto è coerente nel romanzo di Saunders, pur nella sua frastornante costruzione, solo una cosa mi risulta forzata e deviante: la visione che il reverendo everly thomas, unica anima consapevole di essere morto, ha di una sorta di giudizio divino al cui cospetto si sottrae, rimanendo nel Bardo, per la paura di non essere esente da peccati che potrebbero negargli il "paradiso".  Il riferimento troppo esplicito alla narrazione cristiana dell'al di là risulta fuori dalla logica dell'impianto laico che il libro sembra avere dove anche il rimando all'elemento buddista del Bardo è solo funzionale al racconto e non specificatamente assertivo di un carattere religioso.



giovedì 7 luglio 2016

La trilogia di Kent Haruf



Mentre stavo scrivendo questo post, mi è venuto in mente che quello che io scrivo è strettamente legato a quello che io, e solo io,  ho letto.
Da qualsiasi libro leggiamo, ciascuno di noi tira fuori una visione soggettiva, ne riesce ad evidenziare solo le cose che ci ha trovato in base alle sue esperienze, idee, conoscenze, aspettative; in qualsiasi libro leggiamo cerchiamo noi stessi o quello che avremmo potuto/voluto essere..tralasciando forse così parte del contenuto del testo e l'intento dell'autore. Questa precisazione risulterà, molto probabilmente, banale e scontata ma a mio parere è rilevante per chi come me, senza specifiche competenze di critica letteraria, si cimenta in pseudo recensioni che poi vanno in giro in rete.
Detto questo, quello che segue è quello che io ho colto nei libri di Haruf.

La Trilogia della pianura, (Il canto della pianura, Crepuscolo, Benedizione), è stata pubblicata, con la traduzione di Fabio Cremonesi, dalla interessante e ben curata piccola casa editrice NN, che in realtà ha fatto uscire prima l'ultimo dei tre e poi gli altri due, qui le motivazioni, singolari e accattivanti, della loro scelta. Il problema, ora che sono presenti tutti e tre i libri, direi che è superato a monte, comunque anche se i libri si possono leggere disgiuntamente uno dall'altro senza perdere compiutezza, io ne consiglierei, in ogni caso, la lettura in ordine cronologico.

Il legante principale tra i tre romanzi è sicuramente la cittadina di Holt in Colorado, luogo immaginario ma credibilmente ispirato a Pueblo, città natale di Haruf; alcuni personaggi del primo libro ritornano nel secondo, ma ciò che unisce le tre narrazioni sono il territorio -  la polvere che si poggia piano sulle persone e le cose, sugli steli d'erba, la cappa di stelle nella notte, la luce che cambia la percezione visiva del paesaggio, il vento che fa ondeggiare la pianura e la fa cantare - e lo scandire pacato, ma intenso, semplice, ma profondo, che Haruf fa della vita e delle vite che abitano il posto.

 Leggendo la Trilogia si entra in una porzione della vita di provincia americana che forse non è stata, in particolar modo, oggetto di narrazione; molti i romanzi che ho letto in cui i protagonisti erano per lo più ai margini della socialità americana: vite estreme che si muovono tra violenze esasperate, ottusità mentali aberranti, razzismi feroci, profonda disperazione del vivere.

Quello che colpisce dello scrittore è il suo modo di raccontare l'umanità  che abita la provincia americana, mostrandocene un aspetto insolito: sotto la scorza di banalità e ripetitività di uomini perduti nella vastità del paesaggio, si nasconde un'umanità capace di amare e di soffrire senza rumore, senza gesti eclatanti,  ma con la compostezza e la sensibilità di chi non giudica a priori, ma è teso alla comprensione.

I personaggi della Trilogia sono persone "normali", per lo più in pace con la propria vita, non perché sia la migliore possibile, ma perché è la loro, la riconoscono come tale per quello che sono riusciti a essere e fare; sono persone senza crudeltà, senza dolori esistenziali distruttivi, senza pregiudizi verso i diversi da loro; vivono la loro vita così come se la sono trovata, e non è un'atteggiamento di rassegnazione  ma di consapevolezza e dignità, sono dotati di pietà umana e del coraggio, sia adulti che ragazzi, di difendere quello in cui credono e di opporsi ai soprusi di cui sono oggetto loro stessi e gli altri.

 Non sono "felici" nel senso in cui vorrebbe la Costituzione americana, non compongono le belle famigliole stucchevoli della pubblicità, i loro nuclei famigliari sono tenuti da legami di stima e di affetto, non necessariamente di sangue, sono famiglie di fatto come si direbbe oggi. Le loro vite non sono scontate, ma costruite con quel poco che si ha e quel tanto che si è.
 Ci sono, certo, personaggi violenti e menti sopraffatte dalla difficoltà della vita, non è un mondo idilliaco, ma non scalfiscono il comportamento dignitoso e carico di giustizia, reale e non necessariamente codificata, degli abitanti di Holt.

Così come vivono muoiono: Benedizione racconta la fine annunciata di un anziano, che nel suo ultimo periodo ripercorre la sua vita a ritroso, è una persona onesta ma non scevra da colpe: non si può rimediare sempre a quel che si è fatto, non si riesce a perdonare a se stessi, si può solo alleviare il male commesso, e lui ha cercato di farlo e continuato nell'intento anche poco prima di morire. Nella sua stanza di morte lui vede chi non c'è più perché morto o perché in qualche modo è stato allontanato, ma è anche circondato dagli affetti che lo hanno accompagnato nella vita e nei suoi ultimi giorni.

C'è da dire anche che i personaggi della Trilogia vivono e muoiono senza tante parole, la loro comunicazione è fatta più di sguardi e di fatti che di discorsi; un linguaggio, questo, tipico della letteratura americana che ha fatto del pragmatismo anche un modo di espressione comunicativa essenziale e schietta ma al contempo dotata di capacità espressiva e poetica.

L'esistenza umana è fatta più da "piccole persone" che da "grandi vite" ed è lì dentro che forse va cercata la vita vera e non c'è consolazione nella morte, ma solo la resa dei conti, senza reale riscatto, la vita è piena di problemi che vanno risolti nel miglior modo, ma quello che si è fatto è fatto e ciascuna esistenza rimane quella che è stata e il nulla la cancellerà.

Tutto questo si compie nel ventre materno della natura, nella pianura, quel paesaggio americano straniante e privo di riferimenti che crea spaesamento in chi la percorre, ma che forse è semplicemente accettata da chi ci abita e Haruf  ce lo racconta con una scrittura semplice, priva di fronzoli narrativi, ma dotata della capacità sia di raccontare in modo diretto e crudo certi aspetti della vita degli allevatori nella gestione degli animali, sia di scendere nella profondità dell'animo umano e del mistero della vita in modo equilibrato ma poetico, realista ma carico di intimità con il sentire più nascosto dell'uomo.

Un immagine mi viene in mente a compendio di tutto quello che sono riuscita a scrivere, la scena finale di Una storia vera di David Lynch.

https://youtu.be/MWEqjgFLCYA







venerdì 1 luglio 2016

Bibliografia sugli Indiani d'America




Ho stilato per l'ottimo sito www.farwest.it  una bibliografia riguardante i libri, pubblicati in Italia, sui nativi americani, qui sotto il link

http://www.farwest.it/?p=18994

domenica 6 marzo 2016

The hateful eight


(per chi ha già visto il film)









Nell’ottavo film di Tarantino gli otto protagonisti sono veramente pieni di odio e odiosi loro stessi, e non stanno lì a testimoniare solo la loro odiosità ma anche quella che ha caratterizzato la nascita e la formazione degli states. Sette uomini e una donna, un boia, un messicano, un soldato confederato, uno sceriffo, due bounty killer, uno bianco che non uccide le sue vittime ma le porta al patibolo, uno nero che si trascina dietro i cadaveri per riscuotere, un mandriano, una prigioniera del bounty bianco.










Le scene iniziali sono quanto di più classico del genere, una diligenza si muove in ampi spazi innevati, il paesaggio è grandioso e carico del fascino tipico del territorio americano, una bufera di neve sta per scatenarsi e l’ambientazione si sposterà e restringerà all’interno di una locanda dove gli Hateful si comporranno nel loro numero di otto.

Da qui inizia qualcosa di diverso che somiglia quasi al teatro, la scenografia si limiterà ai soli interni e si innesterà un vero e proprio whodunit (schema del giallo classico) la cui struttura è ben architettata e piena di suspense, creata da colpi di scena e dal gioco creato dall’ambiguità di alcuni personaggi.
Il compito “dell’indagine” è affidato al nero,
che come un detective di tutto rispetto, svelerà, attraverso l’interloquire serrato e quasi logorroico dei protagonisti, l’identità dei personaggi e il mistero della loro presenza in quel luogo; qui però il detective non ha i connotati tipici della crime story, non è colui che stando dalla parte della legge ricompone la realtà dopo che è stata violata dal male, rappresenta egli stesso il male, quello che ha subito e quello che ha inferto.
Il ritmo, in questa parte, è estremamente lento come la neve che passa dalle fessure del tetto all’interno della locanda, la bassezza umana degli hateful verrà fuori per ciascuno di loro, come pure la detestabilità dell’ambiente sociale in cui si muovono: la schiavitù, i grandi e piccoli razzismi, il sessismo estremizzato, la violenza e l’ingiustizia di un mondo che si andava formando sulla sopraffazione e la distruzione di uomini, culture e ambienti.

La complessità dovuta alle tante cose che vengono dette nel film, meriterebbe una seconda visione per poterne decifrare meglio i contenuti. C’è, sicuramente, una riflessione su cosa fu la grande mattanza della guerra civile, di quanto le motivazioni che la causarono fossero pretestuose e false come la lettera di Lincoln che possiede lo schiavo liberato e che verrà stracciata alla fine del film, fa intuire le varie efferatezze compiute durante e dopo il suo svolgimento e la profonda lacerazione che, da allora fino a tutt’oggi, si è creata tra nord e sud.

Dopo la lentezza della parte centrale, dopo la soluzione dell’enigma, tutto esploderà nel reciproco annullamento, nulla di più di quanto succedeva nella realtà da quelle parti e in quei tempi, in molte situazioni e a vari livelli di conflitti personali e sociali. Tutto precipiterà fino ad arrivare a una impiccagione all'interno della casa, e seppur l’eccesso di violenza è una peculiarità tarantiniana, in questo caso non ha le connotazioni grottesche e pulp che ne annullavano la drammaticità in altri suoi films,  ma risulta tremendamente vera.

                                                 
 In quella stanza dove tutto si svolge sembra racchiudersi la storia
intera di una nazione con le sue contraddizioni mai risolte, la sua sete di libertà individuali senza rispetto ma a dispetto degli altri, il suo modo violento di risolvere conflitti,  il suo calpestare da sempre tutto ciò che si frappone alla realizzazione e affermazione, ovunque, del suo modo di vita e della sua potenza.
Una bufera di neve fuori e una tempesta di odio dentro, il bianco fuori e il rosso dentro, la natura senza pietà ma anche senza crudeltà fuori e l’umanità annientatrice di se stessa dentro, Cristo crocefisso sotto la neve (prima inquadratura del film) fuori e la maschera di sangue sul viso della donna, concentrato dell’orrore e della violenza nichilista esplosa, dentro.


Secondo me è un film western a tutti gli effetti, se non diamo a questa categoria i limiti della classicità ma la lasciamo libera di includere anche forme che da essa si distaccano. Le tematiche e i personaggi della narrazione  sono proprie del contesto storico e sociale di quel genere. A differenza di Django Unchained, altro western del regista, non c’è il senso di liberazione finale, qui tutti uccidono e muoiono senza possibilità di riscatto e/o redenzione. Un film cupo senza eroi, che, allargando la prospettiva dall'America, contiene un'umanità intera carica di crudeltà e priva di pietà, di cui lascia intravedere l’autoannientamento.


Una perplessità sull’uso della rappresentazione della violenza però mi rimane, mi chiedo se non sia ormai un autocompiacimento sterile la cui reiterazione svilisce più che connotare il cinema di Tarantino, e che non sia diventato un richiamo per allodole che più che interessarsi ai contenuti del film lo guardano solo per gli schizzi di sangue e l’orrore delle scene più efferate.








domenica 12 aprile 2015

Tre personaggi in cerca d'amore

Scomparsi è il libro di esordio di Mary McGarry Morris del 1988, a cui ne sono seguiti molti altri,  in Italia  è stato tradotto e pubblicato solo questo, uscito nel 2014 con la traduzione di Antonio Bischioso per la Fandango/Playground.
Dell'autrice, sul web, si trovano solo pagine in lingua inglese, è pressoché sconosciuta da noi, lodevole, quindi,  la scelta di Fandango di inserirla nel suo catalogo partendo proprio dal suo primo libro, che merita di essere letto.
Siamo ormai abituati alle storie di marginalità americana, sia in letteratura che in cinematografia, agli orrori e ai gioielli umani che si trovano sparsi nella sconfinata provincia americana, Morris ne ha scovati altri e ce li racconta senza stupore, nonostante il livello di esclusione che vivono i personaggi del suo libro sia veramente particolare.

Nel giro delle poche pagine che iniziano il libro, senza che siano definite come capitolo o prologo, accadonono gli eventi che, qualificati come storia vera, innesteranno un "on the road" stralunato e drammatico.

Aubrey Wallace, anonimo e solitario personaggio, intimorito dalla vita e dalle persone, persino dalla  moglie e dai figli, con una personalità infantile e un mondo affettivo vuoto e bisognoso di essere colmato, viene letteralmente trascinato da una adolescente, Dotty, che entra nella sua vita quasi come un'apparizione, in un viaggio senza meta e senza tempo in cui sarà coinvolta anche una bambina, Conny, sottratta piccolissima ai genitori da Dotty stessa in una delle sue folli azioni in cerca di cibo.

Vagheranno per cinque anni negli Stati Uniti, senza mai fermarsi se non per pochi giorni, vivendo di espedienti; la loro è una fuga da un eventuale arresto e dal niente e dal dolore che la loro vita ha rappresentato, senza che mai sia apparso uno spiraglio di serenità.
I tre si appoggiano l'un l'altro come naufraghi ad una zattera con poche probabilità di galleggiare.
La bambina li chiama mamma e papà, inevitabilmente si aggrappa a loro facendo di quella vita errabonda e sconclusionata una vita "normale", l'unica che riesce a conoscere e individuare come tale.

Il rapporto tra Aubrey e Dotty, iniziato come una fiaba malata, si sviluppa in un intreccio improbabile di attenzioni affettive, di paure e di tensioni individuali a volte condivise; lui ha un atteggiamento passivo, quasi di sottomissione ai comportamenti della ragazza, si lascia guidare e non partecipa alle scelte se non come mero esecutore; Dotty agisce in modo completamente istintivo, convulso e imprevedibile creando un vortice di eventi al limite dell'assurdo.
Sarà proprio per  volontà della ragazza che, pur essendo Wallace contrario, decidono di fermarsi in uno scalcinato bungalow che un altrettanto scalcinata famiglia affitta. In questo ambiente, dove presto saranno inseriti nella quotidianità del nucleo familiare, la desolazione si tinge del colore sporco dello squallore profondo, isterico, criminale, violento e malvagio.
Si instaurano delle dinamiche di dipendenza e complicità tra tutti,  in cui la principale vittima è la piccola Conny che subisce tutto quello che accade;  nulla però, neanche una capacità decisionale di Aubry per salvare la situazione, riuscirà a sottrarli agli intrighi di Jiggy, equivoco personaggio che cercherà di sfruttare la situazione illecita in cui sono i tre sono invischiati, per far soldi. Gli eventi si incastrano, si sovrappongono per arrivare poi all'epilogo,(così definito nel libro l'ultimo capitolo), dove, già accaduta ormai la conclusione della storia, è Dotty a parlare, in un finale che ricorda quello di Psyco di Hitchcock.

Un libro così è un'infiltrazione di desolazione lenta e inesorabile, non c'è via d'uscita, un momento liberatorio a contrastarla; si va avanti nella lettura sperando che succeda qualcosa a interrompere una sequenza di situazioni a dir poco assurde, ma i personaggi sembrano imprigionati in una gabbia che la vita e loro stessi hanno costruito e da cui non riescono a uscire. La loro umanità è nascosta nelle pieghe dei loro pensieri; personaggi marginali, che fanno parte delle vite abbandonate dai protagonisti, fanno intravedere altre sofferenze, altri mondi, altre malattie dell'animo. Il tutto è raccontato con una stile disadorno, essenziale,
come a dire semplicemente: anche questo può succedere nei meandri della vita ai margini dell'american way of life.
La mano aperta in copertina, inchiostrata di nero, come fosse un'immagine in negativo, e con la bandiera americana sovrapposta al nero sembra essere un monito o una resa, o l'ineluttabilità dell'essere statunitense, un'indentità talmente profonda da essere incisa nell'elemento più individuale di ognuno, le impronte digitali.




sabato 21 marzo 2015

Whiplash di Daniel Chazelle

Whiplash di Daniel Chazelle
è, a mio avviso, un film sulla passione, non quella amorosa, ma sulla passione in generale, nella fattispecie la musica, e uno strumento in particolare, la batteria.

Andrew (Miles Teller), protagonista del film, ha verso lo strumento una dedizione totale, la sua musica è il jazz, frequenta il Conservatorio di Manhattan e viene scelto dal prestigioso insegnante Terence Fletcher ( J.K.Simmons) a far parte della sua band, considerata un'eccellenza.
Andrew è provvisto del talento necessario a emergere come musicista e della volontà proporzionata affinché questo possa avvenire; esercita così la sua passione in modo esclusivo facendo intorno a sé un volontario vuoto relazionale e affettivo, concentra la sua vita nello studio del suo strumento e nella realizzazione di sé attraverso quello. In questo quadro personale del ragazzo si inserisce la figura di Fletcher, il suo corso è ambito dagli studenti, è lui che li sceglie, come fa con Andrew, è lui che li espelle se non corrispondono alle sue aspettative. E' uno scopritore di talenti, ma il suo corso è un girone dell'inferno per chi vi partecipa, vuole essere, il suo, uno stimolo all'impegno assoluto, al sacrificio di qualsiasi altra cosa esuli dallo studio per far emergere le proprie capacità.

I suoi metodi, vanno però oltre qualsiasi umana concezione dell'insegnamento, è con il terrore che esercita la sua professione, incutendo paura, usando
l'insulto personale come stimolo alla perfezione esecutiva, insinuando una rivalità malata carica solo di arrivismo e competitività privi di qualsiasi elemento di solidarietà e comprensione umana, stabilendo un clima di sottomissione in cui il dissenso non è previsto se non come mezzo per essere escluso. Trasforma l'amore per la musica nel fango di un campo d'addestramento dei marines, la scena in cui "rimprovera" un suo studente "non magro"sembra quasi una citazione del tenente Hartman di Full metal jacket, e non a caso, come quello, provocherà il suicidio di un suo alunno.
Nessuno della band si ribella, ormai assuefatto al
motto mors tua vita mea.
E  seppur la severità può essere una metodologia di insegnamento per spronare allo studio intensivo e per far emergere delle eccellenze, la malvagità e i metodi quasi razzisti sono un modo di annientamento di qualsiasi personalità e dignità umana.

Andrew, in questo contesto, porterà all'esasperazione lo studio del suo strumento, fino a macchiare col sangue delle sue mani la batteria, nel tentativo si eseguire alla perfezione il brano in 7/4, (ritmo complicato e difficile da realizzare) Whiplash, il cui significato, Frustata, sembra una metafora delle lezioni di Fletcher.


Il conflitto  che si instaura tra discente e docente si svilupperà a livello psicologico, emotivo e anche fisico; si ribellerà il ragazzo al maestro, anche con l'aggressione e con la denuncia, fatta in forma anonima, al conservatorio. Neanche da lui avremo, però, un moto di ribellione diretto ed esplicito a favore dei suoi compagni che restano tutti in balia di Fletcher che, sebbene abbia una sua autorevolezza, che gli deriva dalle sue capacità professionali, impronta il suo insegnamento sull'esercizio di una autorità esacerbata e diseducativa.

La tenacia del ragazzo e una certa casualità lo porteranno alla fine a suonare in pubblico con la band di Fletcher, ottenendo riconoscimento e applausi meritati.

Il film ha una sua specificità formale, adeguata al contenuto e con un suo fascino, la scena iniziale in cui la telecamera si muove all'interno di un corridoio avvicinandosi al ragazzo che suona la batteria è preludio di un atmosfera claustrofobica, è infatti dal buio di quella stanza che apparirà Fletcher quasi come un demone che si materializzi; la maggior parte delle scene sono realizzate all'interno del conservatorio mantenendo così un clima cupo a contrasto con le scene girate in esterno che sembreranno quasi disturbare l'attenzione dello spettatore.

Sono spesso usati dei primi piani molto ravvicinati, quasi si volesse entrare dentro i personaggi o farli uscire fuori dallo schermo.

Tornando a quanto detto all'inizio, secondo me, il nodo centrale del film è la passione, non quella passiva in base alla quale si ha uno specifico interesse per qualcosa di già esistente, letteratura, cinema,arti figurative etc. che pure può prendere una grossa fetta della propria vita, ma quella attiva in cui un particolare talento o addirittura una forma di genialità si rendono partecipi del processo creativo. In tutti e due i casi la propria vita ha una marcia in più per cercare un senso e una realizzazione di sé stessi, ma nel secondo la dedizione può essere totale ed esclusiva, tanto da risultare l'unico elemento significativo dell'esistenza.  L'egocentrismo e una visione univoca attraverso cui filtrare la realtà portano a uno straniamento dagli altri, a una concentrazione delle proprie energie verso l' alimentazione della passione, emarginando quasi completamente gli altri stimoli della vita a cose secondarie e accidentali.

Andrew rientra appieno in questo tipo di persona, è con lui che la trama sviluppa quello che può essere avere una passione ed egli sceglie di viverla fino in fondo; quale sia poi un giudizio qualitativo su questo tipo di vita, è discussione interessante ma non può rientrare in questo post.

Si può discutere invece sulla figura di Fletcher, sui suoi metodi di insegnamento e su quanto essi possano avere un effetto positivo, come sembra suggerire la conclusione del film,  su un processo di crescita personale del tipo sopra descritto.
A parte gli elementi diseducativi quali l'istigazione a una competizione senza regole e l'umiliazione dell'individualità dei discenti, non mi sembra che un atteggiamento violento, urla in faccia e insulti, possano stimolare la creazione di talenti e alimentare in loro la passione per qualsiasi cosa; è un processo interiore quello dell'esercizio di una passione; se disciplina ci deve essere sarà autodisciplina, se esclusione dalla quotidianità è necessaria sarà auto esclusione, se in parte sottintende la negazione di una parte di sé, ciò non significa la rinuncia alla dignità e alla pretesa del rispetto personale.

Chazelle, ha spostato il tema del successo dalle edulcorate e ambigue ambientazioni di Hollywood,  a un austero conservatorio di Manahattan, ha costruito un film originale come tematica e come struttura, ha però inserito un elemento, l'insegnamento di Fletcher, che io, in base naturalmente alla mia personale percezione del suo lavoro, trovo come punto debole e fuorviante, sopratutto se lo si vuole mostrare con una valenza positiva.