giovedì 7 luglio 2016

La trilogia di Kent Haruf



Mentre stavo scrivendo questo post, mi è venuto in mente che quello che io scrivo è strettamente legato a quello che io, e solo io,  ho letto, da qualsiasi libro leggiamo, noi tiriamo fuori una visione soggettiva, riusciamo ad evidenziare cioè solo le cose che noi ci abbiamo trovato in base alle nostre esperienze, idee, conoscenze, aspettative; in qualsiasi libro leggiamo cerchiamo noi stessi o quello che avremmo potuto/voluto essere..tralasciando forse così parte del contenuto del testo e l'intento dell'autore. Forse questa precisazione risulterà banale e scontata ma secondo me è rilevante per chi come me, senza specifiche competenze di critica letteraria, si cimenta in pseudo recensioni che poi vanno in giro in rete.
Detto questo, quello che segue è quello che io ho colto nei libri di Haruf.

La Trilogia della pianura, (Il canto della pianura, Crepuscolo, Benedizione), è stata pubblicata, con la traduzione di Fabio Cremonesi, dalla interessante e ben curata piccola casa editrice NN, che in realtà ha fatto uscire prima l'ultimo dei tre e poi gli altri due, qui le motivazioni, singolari e accattivanti, della loro scelta. Il problema, ora che sono presenti tutti e tre, direi che è superato a monte, comunque anche se i libri si possono leggere disgiuntamente uno dall'altro senza perdere compiutezza, io ne consiglierei, in ogni caso, la lettura in ordine cronologico.

Il legante principale tra i tre romanzi è sicuramente la cittadina di Holt in Colorado, luogo immaginario ma credibilmente ispirato a Pueblo, città natale di Haruf; alcuni personaggi del primo libro ritornano nel secondo, ma ciò che unisce le tre narrazioni sono il territorio -  la polvere che si poggia piano sulle persone e le cose, sugli steli d'erba, la cappa di stelle nella notte, la luce che cambia la percezione visiva del paesaggio, il vento che fa ondeggiare la pianura e la fa cantare - e lo scandire pacato, ma intenso, semplice, ma profondo, che Haruf fa della vita e delle vite che abitano il posto.

 Leggendo la Trilogia si entra in una porzione della vita di provincia americana che forse non è stata, in particolar modo, oggetto di narrazione; molti i romanzi che ho letto in cui i protagonisti erano per lo più ai margini della socialità americana: vite estreme che si muovono tra violenze esasperate, ottusità mentali aberranti, razzismi feroci, profonda disperazione del vivere.

Quello che colpisce dello scrittore è il suo modo di raccontare l'umanità  che abita la provincia americana, mostrandocene un aspetto insolito: sotto la scorza di banalità e ripetitività di uomini perduti nella vastità del paesaggio si nasconde un'umanità capace di amare e di soffrire senza rumore, senza gesti eclatanti,  ma con la compostezza e la sensibilità di chi non giudica a priori, ma è teso alla comprensione.

I personaggi della Trilogia sono persone "normali", per lo più in pace con la propria vita, non perché sia la migliore possibile, ma perché è la loro, la riconoscono come tale per quello che sono riusciti a essere e fare; sono persone senza crudeltà, senza dolori esistenziali distruttivi, senza pregiudizi verso i diversi da loro; vivono la loro vita così come se la sono trovata, e non è un'atteggiamento di rassegnazione  ma di consapevolezza e dignità, sono dotati di pietà umana e del coraggio, sia adulti che ragazzi, di difendere quello in cui credono e di opporsi ai soprusi di cui sono oggetto loro stessi e gli altri.

 Non sono "felici" nel senso in cui vorrebbe la Costituzione americana, non compongono le belle famigliole stucchevoli della pubblicità, i loro nuclei famigliari sono tenuti da legami di stima e di affetto, non necessariamente di sangue, sono famiglie di fatto come si direbbe oggi. Le loro vite non sono scontate, ma costruite con quel poco che si ha e quel tanto che si è.
 Ci sono, certo, personaggi violenti e menti sopraffatte dalla difficoltà della vita, non è un mondo idilliaco, ma non scalfiscono il comportamento dignitoso e carico di giustizia, reale e non necessariamente codificata, degli abitanti di Holt.

Così come vivono muoiono: Benedizione racconta la fine annunciata di un anziano, che nel suo ultimo periodo ripercorre la sua vita a ritroso, è una persona onesta ma non scevra da colpe: non si può rimediare sempre a quel che si è fatto, non si riesce a perdonare a se stessi, si può solo alleviare il male commesso, e lui ha cercato di farlo e continua a farlo prima di morire. La sua stanza di morte è abitata da chi non c'è più perché morto o perché in qualche modo è stato allontanato, ma anche dagli affetti che lo circondano nei suoi ultimi giorni.

C'è da dire anche che i personaggi della Trilogia vivono e muoiono senza tante parole, la loro comunicazione è fatta più di sguardi e di fatti che di discorsi, un linguaggio tipico della letteratura americana che ha fatto del pragmatismo prosaico un modo di esprimersi essenziale e  schietto ma al contempo dotato di capacità espressiva e poetica.

L'esistenza umana è fatta più da "piccole persone" che da "grandi vite" ed è lì dentro che forse va cercata la vita vera e non c'è consolazione nella morte, ma solo la resa dei conti, senza reale riscatto, la vita è piena di problemi che vanno risolti nel miglior modo, ma quello che si è fatto è fatto e ciascuna esistenza rimane quella che è stata e il nulla la cancellerà.

Tutto questo si compie nel ventre materno della natura, nella pianura, quel paesaggio americano straniante e privo di riferimenti che crea spaesamento in chi la percorre, ma che forse è semplicemente accettata da chi ci abita e Haruf  ce lo racconta con una scrittura semplice, priva di fronzoli narrativi, ma dotata della capacità sia di raccontare in modo diretto e crudo certi aspetti della vita degli allevatori nella gestione degli animali, sia di scendere nella profondità dell'animo umano e del mistero della vita in modo equilibrato ma poetico, realista ma carico di intimità con il sentire più nascosto dell'uomo.

Un immagine mi viene in mente a compendio di tutto quello che sono riuscita a scrivere, la scena finale di Una storia vera di David Lynch.

https://youtu.be/MWEqjgFLCYA







venerdì 1 luglio 2016

Bibliografia sugli Indiani d'America




Ho stilato per l'ottimo sito www.farwest.it  una bibliografia riguardante i libri, pubblicati in Italia, sui nativi americani, qui sotto il link

http://www.farwest.it/?p=18994

domenica 6 marzo 2016

The hateful eight


(per chi ha già visto il film)









Nell’ottavo film di Tarantino gli otto protagonisti sono veramente pieni di odio e odiosi loro stessi, e non stanno lì a testimoniare solo la loro odiosità ma anche quella che ha caratterizzato la nascita e la formazione degli states. Sette uomini e una donna, un boia, un messicano, un soldato confederato, uno sceriffo, due bounty killer, uno bianco che non uccide le sue vittime ma le porta al patibolo, uno nero che si trascina dietro i cadaveri per riscuotere, un mandriano, una prigioniera del bounty bianco.










Le scene iniziali sono quanto di più classico del genere, una diligenza si muove in ampi spazi innevati, il paesaggio è grandioso e carico del fascino tipico del territorio americano, una bufera di neve sta per scatenarsi e l’ambientazione si sposterà e restringerà all’interno di una locanda dove gli Hateful si comporranno nel loro numero di otto.

Da qui inizia qualcosa di diverso che somiglia quasi al teatro, la scenografia si limiterà ai soli interni e si innesterà un vero e proprio whodunit (schema del giallo classico) la cui struttura è ben architettata e piena di suspense, creata da colpi di scena e dal gioco creato dall’ambiguità di alcuni personaggi.
Il compito “dell’indagine” è affidato al nero,
che come un detective di tutto rispetto, svelerà, attraverso l’interloquire serrato e quasi logorroico dei protagonisti, l’identità dei personaggi e il mistero della loro presenza in quel luogo; qui però il detective non ha i connotati tipici della crime story, non è colui che stando dalla parte della legge ricompone la realtà dopo che è stata violata dal male, rappresenta egli stesso il male, quello che ha subito e quello che ha inferto.
Il ritmo, in questa parte, è estremamente lento come la neve che passa dalle fessure del tetto all’interno della locanda, la bassezza umana degli hateful verrà fuori per ciascuno di loro, come pure la detestabilità dell’ambiente sociale in cui si muovono: la schiavitù, i grandi e piccoli razzismi, il sessismo estremizzato, la violenza e l’ingiustizia di un mondo che si andava formando sulla sopraffazione e la distruzione di uomini, culture e ambienti.

La complessità dovuta alle tante cose che vengono dette nel film, meriterebbe una seconda visione per poterne decifrare meglio i contenuti. C’è, sicuramente, una riflessione su cosa fu la grande mattanza della guerra civile, di quanto le motivazioni che la causarono fossero pretestuose e false come la lettera di Lincoln che possiede lo schiavo liberato e che verrà stracciata alla fine del film, fa intuire le varie efferatezze compiute durante e dopo il suo svolgimento e la profonda lacerazione che, da allora fino a tutt’oggi, si è creata tra nord e sud.

Dopo la lentezza della parte centrale, dopo la soluzione dell’enigma, tutto esploderà nel reciproco annullamento, nulla di più di quanto succedeva nella realtà da quelle parti e in quei tempi, in molte situazioni e a vari livelli di conflitti personali e sociali. Tutto precipiterà fino ad arrivare a una impiccagione all'interno della casa, e seppur l’eccesso di violenza è una peculiarità tarantiniana, in questo caso non ha le connotazioni grottesche e pulp che ne annullavano la drammaticità in altri suoi films,  ma risulta tremendamente vera.

                                                 
 In quella stanza dove tutto si svolge sembra racchiudersi la storia
intera di una nazione con le sue contraddizioni mai risolte, la sua sete di libertà individuali senza rispetto ma a dispetto degli altri, il suo modo violento di risolvere conflitti,  il suo calpestare da sempre tutto ciò che si frappone alla realizzazione e affermazione, ovunque, del suo modo di vita e della sua potenza.
Una bufera di neve fuori e una tempesta di odio dentro, il bianco fuori e il rosso dentro, la natura senza pietà ma anche senza crudeltà fuori e l’umanità annientatrice di se stessa dentro, Cristo crocefisso sotto la neve (prima inquadratura del film) fuori e la maschera di sangue sul viso della donna, concentrato dell’orrore e della violenza nichilista esplosa, dentro.


Secondo me è un film western a tutti gli effetti, se non diamo a questa categoria i limiti della classicità ma la lasciamo libera di includere anche forme che da essa si distaccano. Le tematiche e i personaggi della narrazione  sono proprie del contesto storico e sociale di quel genere. A differenza di Django Unchained, altro western del regista, non c’è il senso di liberazione finale, qui tutti uccidono e muoiono senza possibilità di riscatto e/o redenzione. Un film cupo senza eroi, che, allargando la prospettiva dall'America, contiene un'umanità intera carica di crudeltà e priva di pietà, di cui lascia intravedere l’autoannientamento.


Una perplessità sull’uso della rappresentazione della violenza però mi rimane, mi chiedo se non sia ormai un autocompiacimento sterile la cui reiterazione svilisce più che connotare il cinema di Tarantino, e che non sia diventato un richiamo per allodole che più che interessarsi ai contenuti del film lo guardano solo per gli schizzi di sangue e l’orrore delle scene più efferate.








domenica 12 aprile 2015

Tre personaggi in cerca d'amore

Scomparsi è il libro di esordio di Mary McGarry Morris del 1988, a cui ne sono seguiti molti altri,  in Italia  è stato tradotto e pubblicato solo questo, uscito nel 2014 con la traduzione di Antonio Bischioso per la Fandango/Playground.
Dell'autrice, sul web, si trovano solo pagine in lingua inglese, è pressoché sconosciuta da noi, lodevole, quindi,  la scelta di Fandango di inserirla nel suo catalogo partendo proprio dal suo primo libro, che merita di essere letto.
Siamo ormai abituati alle storie di marginalità americana, sia in letteratura che in cinematografia, agli orrori e ai gioielli umani che si trovano sparsi nella sconfinata provincia americana, Morris ne ha scovati altri e ce li racconta senza stupore, nonostante il livello di esclusione che vivono i personaggi del suo libro sia veramente particolare.

Nel giro delle poche pagine che iniziano il libro, senza che siano definite come capitolo o prologo, accadonono gli eventi che, qualificati come storia vera, innesteranno un "on the road" stralunato e drammatico.

Aubrey Wallace, anonimo e solitario personaggio, intimorito dalla vita e dalle persone, persino dalla  moglie e dai figli, con una personalità infantile e un mondo affettivo vuoto e bisognoso di essere colmato, viene letteralmente trascinato da una adolescente, Dotty, che entra nella sua vita quasi come un'apparizione, in un viaggio senza meta e senza tempo in cui sarà coinvolta anche una bambina, Conny, sottratta piccolissima ai genitori da Dotty stessa in una delle sue folli azioni in cerca di cibo.

Vagheranno per cinque anni negli Stati Uniti, senza mai fermarsi se non per pochi giorni, vivendo di espedienti; la loro è una fuga da un eventuale arresto e dal niente e dal dolore che la loro vita ha rappresentato, senza che mai sia apparso uno spiraglio di serenità.
I tre si appoggiano l'un l'altro come naufraghi ad una zattera con poche probabilità di galleggiare.
La bambina li chiama mamma e papà, inevitabilmente si aggrappa a loro facendo di quella vita errabonda e sconclusionata una vita "normale", l'unica che riesce a conoscere e individuare come tale.

Il rapporto tra Aubrey e Dotty, iniziato come una fiaba malata, si sviluppa in un intreccio improbabile di attenzioni affettive, di paure e di tensioni individuali a volte condivise; lui ha un atteggiamento passivo, quasi di sottomissione ai comportamenti della ragazza, si lascia guidare e non partecipa alle scelte se non come mero esecutore; Dotty agisce in modo completamente istintivo, convulso e imprevedibile creando un vortice di eventi al limite dell'assurdo.
Sarà proprio per  volontà della ragazza che, pur essendo Wallace contrario, decidono di fermarsi in uno scalcinato bungalow che un altrettanto scalcinata famiglia affitta. In questo ambiente, dove presto saranno inseriti nella quotidianità del nucleo familiare, la desolazione si tinge del colore sporco dello squallore profondo, isterico, criminale, violento e malvagio.
Si instaurano delle dinamiche di dipendenza e complicità tra tutti,  in cui la principale vittima è la piccola Conny che subisce tutto quello che accade;  nulla però, neanche una capacità decisionale di Aubry per salvare la situazione, riuscirà a sottrarli agli intrighi di Jiggy, equivoco personaggio che cercherà di sfruttare la situazione illecita in cui sono i tre sono invischiati, per far soldi. Gli eventi si incastrano, si sovrappongono per arrivare poi all'epilogo,(così definito nel libro l'ultimo capitolo), dove, già accaduta ormai la conclusione della storia, è Dotty a parlare, in un finale che ricorda quello di Psyco di Hitchcock.

Un libro così è un'infiltrazione di desolazione lenta e inesorabile, non c'è via d'uscita, un momento liberatorio a contrastarla; si va avanti nella lettura sperando che succeda qualcosa a interrompere una sequenza di situazioni a dir poco assurde, ma i personaggi sembrano imprigionati in una gabbia che la vita e loro stessi hanno costruito e da cui non riescono a uscire. La loro umanità è nascosta nelle pieghe dei loro pensieri; personaggi marginali, che fanno parte delle vite abbandonate dai protagonisti, fanno intravedere altre sofferenze, altri mondi, altre malattie dell'animo. Il tutto è raccontato con una stile disadorno, essenziale,
come a dire semplicemente: anche questo può succedere nei meandri della vita ai margini dell'american way of life.
La mano aperta in copertina, inchiostrata di nero, come fosse un'immagine in negativo, e con la bandiera americana sovrapposta al nero sembra essere un monito o una resa, o l'ineluttabilità dell'essere statunitense, un'indentità talmente profonda da essere incisa nell'elemento più individuale di ognuno, le impronte digitali.




sabato 21 marzo 2015

Whiplash di Daniel Chazelle

Whiplash di Daniel Chazelle
è, a mio avviso, un film sulla passione, non quella amorosa, ma sulla passione in generale, nella fattispecie la musica, e uno strumento in particolare, la batteria.

Andrew (Miles Teller), protagonista del film, ha verso lo strumento una dedizione totale, la sua musica è il jazz, frequenta il Conservatorio di Manhattan e viene scelto dal prestigioso insegnante Terence Fletcher ( J.K.Simmons) a far parte della sua band, considerata un'eccellenza.
Andrew è provvisto del talento necessario a emergere come musicista e della volontà proporzionata affinché questo possa avvenire; esercita così la sua passione in modo esclusivo facendo intorno a sé un volontario vuoto relazionale e affettivo, concentra la sua vita nello studio del suo strumento e nella realizzazione di sé attraverso quello. In questo quadro personale del ragazzo si inserisce la figura di Fletcher, il suo corso è ambito dagli studenti, è lui che li sceglie, come fa con Andrew, è lui che li espelle se non corrispondono alle sue aspettative. E' uno scopritore di talenti, ma il suo corso è un girone dell'inferno per chi vi partecipa, vuole essere, il suo, uno stimolo all'impegno assoluto, al sacrificio di qualsiasi altra cosa esuli dallo studio per far emergere le proprie capacità.

I suoi metodi, vanno però oltre qualsiasi umana concezione dell'insegnamento, è con il terrore che esercita la sua professione, incutendo paura, usando
l'insulto personale come stimolo alla perfezione esecutiva, insinuando una rivalità malata carica solo di arrivismo e competitività privi di qualsiasi elemento di solidarietà e comprensione umana, stabilendo un clima di sottomissione in cui il dissenso non è previsto se non come mezzo per essere escluso. Trasforma l'amore per la musica nel fango di un campo d'addestramento dei marines, la scena in cui "rimprovera" un suo studente "non magro"sembra quasi una citazione del tenente Hartman di Full metal jacket, e non a caso, come quello, provocherà il suicidio di un suo alunno.
Nessuno della band si ribella, ormai assuefatto al
motto mors tua vita mea.
E  seppur la severità può essere una metodologia di insegnamento per spronare allo studio intensivo e per far emergere delle eccellenze, la malvagità e i metodi quasi razzisti sono un modo di annientamento di qualsiasi personalità e dignità umana.

Andrew, in questo contesto, porterà all'esasperazione lo studio del suo strumento, fino a macchiare col sangue delle sue mani la batteria, nel tentativo si eseguire alla perfezione il brano in 7/4, (ritmo complicato e difficile da realizzare) Whiplash, il cui significato, Frustata, sembra una metafora delle lezioni di Fletcher.


Il conflitto  che si instaura tra discente e docente si svilupperà a livello psicologico, emotivo e anche fisico; si ribellerà il ragazzo al maestro, anche con l'aggressione e con la denuncia, fatta in forma anonima, al conservatorio. Neanche da lui avremo, però, un moto di ribellione diretto ed esplicito a favore dei suoi compagni che restano tutti in balia di Fletcher che, sebbene abbia una sua autorevolezza, che gli deriva dalle sue capacità professionali, impronta il suo insegnamento sull'esercizio di una autorità esacerbata e diseducativa.

La tenacia del ragazzo e una certa casualità lo porteranno alla fine a suonare in pubblico con la band di Fletcher, ottenendo riconoscimento e applausi meritati.

Il film ha una sua specificità formale, adeguata al contenuto e con un suo fascino, la scena iniziale in cui la telecamera si muove all'interno di un corridoio avvicinandosi al ragazzo che suona la batteria è preludio di un atmosfera claustrofobica, è infatti dal buio di quella stanza che apparirà Fletcher quasi come un demone che si materializzi; la maggior parte delle scene sono realizzate all'interno del conservatorio mantenendo così un clima cupo a contrasto con le scene girate in esterno che sembreranno quasi disturbare l'attenzione dello spettatore.

Sono spesso usati dei primi piani molto ravvicinati, quasi si volesse entrare dentro i personaggi o farli uscire fuori dallo schermo.

Tornando a quanto detto all'inizio, secondo me, il nodo centrale del film è la passione, non quella passiva in base alla quale si ha uno specifico interesse per qualcosa di già esistente, letteratura, cinema,arti figurative etc. che pure può prendere una grossa fetta della propria vita, ma quella attiva in cui un particolare talento o addirittura una forma di genialità si rendono partecipi del processo creativo. In tutti e due i casi la propria vita ha una marcia in più per cercare un senso e una realizzazione di sé stessi, ma nel secondo la dedizione può essere totale ed esclusiva, tanto da risultare l'unico elemento significativo dell'esistenza.  L'egocentrismo e una visione univoca attraverso cui filtrare la realtà portano a uno straniamento dagli altri, a una concentrazione delle proprie energie verso l' alimentazione della passione, emarginando quasi completamente gli altri stimoli della vita a cose secondarie e accidentali.

Andrew rientra appieno in questo tipo di persona, è con lui che la trama sviluppa quello che può essere avere una passione ed egli sceglie di viverla fino in fondo; quale sia poi un giudizio qualitativo su questo tipo di vita, è discussione interessante ma non può rientrare in questo post.

Si può discutere invece sulla figura di Fletcher, sui suoi metodi di insegnamento e su quanto essi possano avere un effetto positivo, come sembra suggerire la conclusione del film,  su un processo di crescita personale del tipo sopra descritto.
A parte gli elementi diseducativi quali l'istigazione a una competizione senza regole e l'umiliazione dell'individualità dei discenti, non mi sembra che un atteggiamento violento, urla in faccia e insulti, possano stimolare la creazione di talenti e alimentare in loro la passione per qualsiasi cosa; è un processo interiore quello dell'esercizio di una passione; se disciplina ci deve essere sarà autodisciplina, se esclusione dalla quotidianità è necessaria sarà auto esclusione, se in parte sottintende la negazione di una parte di sé, ciò non significa la rinuncia alla dignità e alla pretesa del rispetto personale.

Chazelle, ha spostato il tema del successo dalle edulcorate e ambigue ambientazioni di Hollywood,  a un austero conservatorio di Manahattan, ha costruito un film originale come tematica e come struttura, ha però inserito un elemento, l'insegnamento di Fletcher, che io, in base naturalmente alla mia personale percezione del suo lavoro, trovo come punto debole e fuorviante, sopratutto se lo si vuole mostrare con una valenza positiva.















domenica 1 marzo 2015

Birdman di Alejandro Gonzales Inarritu

Il ritmo incalzante di una batteria, il tictac di un orologio, dialoghi serrati, scene che si susseguono senza nessuno stacco, corridoi angusti, voli umani più o meno immaginari, meteore incandescenti che cadono.

Riggan Thompson, il protagonista del film, attore che ha raggiunto il successo interpretando Birdman, supereroe alato e  mascherato, in un classico film americano di cassetta, decide di riscattarsi da un passato professionale di poco spessore intellettuale e anche da una vita personale poco soddisfacente (é separato, ha una figlia adolescente da poco uscita da un centro di disintossicazione), mettendo in scena e interpretando uno spettacolo teatrale tratto dalla raccolta di racconti di Raymond Carver, " Di cosa parliamo quando parliamo di amore?"
Thompson si muove fisicamente tra un camerino trasandato e fatiscente, i cunicoli stretti del teatro, il suo palcoscenico e le vie caotiche di NY ; professionalmente esce dall'apparato artefatto Hollywoodiano per entrare in quello teatrale dove si alternano problemi economici a problematiche relative alla mediocrità degli attori o alla loro grandezza smorzata da caratteri a dir poco eccentrici, dove tutto è in mano ad arroganti e autoreferenziali critici teatrali che decidono le sorti di uno spettacolo; personalmente si dibatte nello sdoppiamento di personalità che lo perseguita: Birdman è diventato il suo alter ego, lo incalza per cercare di riportarlo a interpretare ancora il ruolo cinematografico che gli aveva dato successo. Riggan lo sente, lo vede, ci discute, ci litiga, non riesce a scrollarsi di dosso l'ebbrezza della notorietà, del successo facile, ma non è più giovane e vorrebbe dare alla sua vita una svolta che dia un senso più profondo alla sua esistenza. Intorno a lui è evidente "il genocidio culturale" in atto attraverso i media, la creazione virtuale di eventi e personaggi tramite i social network, la possibilità di diventare qualcuno pur essendo niente, la glorificazione di qualcuno o qualcosa senza che abbia dei meriti effettivi per giustificarla, una melma in cui viene decerebrata la realtà e impantanata la verità. C'è una scritta significativa, su di un foglio attaccato allo specchio del camerino: "Una cosa è una cosa, non quello che si dice di quella cosa", sembrerebbe messo lì a promemoria di un più attento e coscienzioso contatto con la vita reale.

Questo il nodo narrativo del film, per svilupparlo tante immagini reali e surreali, tante parole che si susseguono quasi senza interruzione alcuna, c'è un sacco di roba e un sacco di modi per dirla,
faccio un tentativo di sciogliere gli elementi che lo contengono.

La batteria: sta per l'incalzare del tempo (come del resto il ticchettio dell'orologio) e il frastuono della vita che ci circonda?
La meteora in fiamme che cade: bruciamo le cose e le cose bruciano noi,  il successo è un fuoco effimero che si spegne e ci porta a impattarci con la realtà?
Birdman alter ego: se metafora dev'essere perchè renderla così evidente nell'inseguimento che il super eroe fa del protagonista del film? perchè palesarlo in questo modo? l'immaginifico perde il suo fascino nella rappresentazione minuziosa dell'irrealtà.
Le sue capacità piscocinetiche: vogliono suggerirci che lui è Birdman? sposta gli oggetti con la forza del pensiero,  rimane sospeso in aria mentre medita, lo si vede alzarsi in volo, le persone sulla strada, dalle finestre lo vedono volare, atterra davanti al teatro, ma la scena immediatamente successiva ci fa capire che in realtà è arrivato in taxi.
Perchè poi la scelta di Carver? la realtà che lo scrittore rappresenta nella sua narrativa, come pure le sue modalità di scrittura stridono con il contenuto e il linguaggio del film. In realtà, a Carver ci sono poi pochi riferimenti: nello spettacolo teatrale di Thompson , per quanto ne vediamo, è rappresentata solo una parte del racconto che dà il titolo alla raccolta dello scrittore americano, la scena della tavola, mentre il resto dello spettacolo non gli appartiene; un altro riferimento è posto all'inizio del film quando viene citata una nota frase con cui lo scrittore rispose a una esplicita domanda:
"E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto?
Si
E cosa volevi?
Sentirmi chiamato amato, sentirmi
amato sulla terra"
Se questo è il senso ultimo del film, data la premessa in epigrafe, il suo finale ne è la diretta conseguenza?

Se mi faccio tutte queste domande non è perché penso che un film debba essere esplicito e non lasciare dubbi interpretativi e che debba essere del tutto decodificabile, ma, al contrario, perché ho avuto l'impressione che le parti surreali siano troppo semplicistiche.
Insomma c'è troppa roba, quasi troppo scontato il lato immaginifico, troppo evidente la metafora,  in fondo è una ripetizione continua della stessa cosa, degli stessi elementi narrativi, anche la fine...sembra non finire mai....e anch'essa si ripete.

Sembra che la tecnica cinematografica, di indubbia qualità, da forma atta a esprimere diventi essa stessa sostanza del film, che non sia il veicolo per raccontare qualcosa, ma che quel qualcosa serva per realizzare quella forma.
Inarritu è messicano, ha fatto film che mi sono piaciuti, originali e di spessore contenutistico,  ma qui mi sembra che sia riuscito a ripetere la classica formula con cui il cinema americano riesce a glorificare l'America pur criticandola, a ribadire il suo mito pur contestandolo.

Forse sono io che non ho capito il film, il dubbio mi rimane, ma la sensazione che mi ha lasciata è stata quella di un deja vu, di una semplicità contenutistica nascosta da una complessità stilistica
Il film è comunque dotato di un ottimo cast, di un montaggio "nascosto" che rende il film un flusso continuo e senza interruzioni delle scene che lo compongono e di un'adeguata e potente colonna sonora che lo scandisce e lo accompagna quasi incessantemente.

Ma i dubbi sulla validità complessiva del film rimangono.
Qui potete leggere una bella recensione completamente opposta alla mia anche se i punti di riflessione sono più o meno gli stessi.













:


giovedì 26 febbraio 2015

Selma di Ava DuVernay

Ava DuVernay, afroamericana già vincitrice al Sundance Film Festival del 2012 per Middle of nowhere, ha diretto un film storico dove il soggetto è quindi circoscritto dagli eventi che racconta, le marce, da Selma, Alabama, fino alla capitale dello stato Montgomery,


che, nel 1965, segnarono l’apice della lotta degli afroamericani per poter esercitare il diritto di voto a loro riconosciuto dal XV Emendamento della Costituzione nel 1870 ma di fatto osteggiato nel sud segregazionista.
Selma, però, è molto di più, perché con la sua intensità narrativa ci porta all’interno di un problematica mettendone a fuoco i vari aspetti sociali e personali.
Inizia con l’assegnazione del Nobel per la pace a Martin Luther King  e subito dopo viene inserita una potente e drammatica scena sulla bomba che membri del KKK fecero scoppiare in una chiesa afroamericana uccidendo quattro bambine; si introduce così quale fosse la realtà degli stati del sud degli Stati Uniti e come contrastasse un riconoscimento così solenne, quale il Nobel, con la realtà del razzismo e i livelli di crudeltà a cui arrivava, senza che le autorità federali intervenissero. Bastava uno sguardo, una parola non gradita perché un nero fosse ucciso, torturato, bastava passare per la strada per essere stuprata, bastava vivere per essere uccisi.

La figura di Martin Luther King è al centro del film, ma non se ne dà una visione agiografica, è l’uomo che viene colto, conscio delle proprie responsabilità di leader, assalito da paure e dubbi, teso nell’intento di scegliere la cosa giusta per l’intera comunità che guida.
La tensione per King era anche quella di garantire la non violenza da parte degli afroamericani, cosa difficile da realizzare perché significava non reagire all'essere picchiati, a vedere donne, bambini e anziani colpiti dalla ferocia della polizia e delle bande di bianchi armati e senza divisa che si prestavano, ben contenti di farlo, al pestaggio dei manifestanti. Era, la non violenza, una scelta morale ma anche un modo per far emergere la brutalità della repressione e cercare di coinvolgere l'opinione pubblica bianca che non condivideva il razzismo e le forme in cui si manifestava.

Controaltare a questa tipologia di comportamento non violento era rappresentato dalla dottrina di autodifesa armata di  Malcolm X, che appare nel film in un breve frammento in cui incontra Coretta Scott King mentre il marito è in carcere. X era a Selma, il 4 febbraio, perchè sollecitato a partecipare dal SNCC, l'organizzazione non violenta degli studenti, a una conferenza organizzata dalla Southern Christian Leadership Conference e sponsorizzata dallo stesso King, ma anche perchè, nonostante le sue critiche al movimento del pastore protestante, era affascinato dalla costanza e dal coraggio della battaglia di Selma. Parlò a una folla di 300 persone lodando l'impegno di King, ma ponendo come alternativa, a un eventuale suo insuccesso, la sua tipologia di resistenza.
La figura di Malcolm è quasi evanescente nel film, nei pochi momenti in cui appare, il 21 febbraio sarebbe stato ucciso, fa immaginare un possibile avvicinamento tra i due leader, se non per condividere il metodo di lotta, per la costruzione di una stima reciproca. Si avverte anche  in questo piccolo, ma, secondo me, intenso frammento, quale sarà anche il destino dello stesso King.

Du Vernay, ha girato un film reale e potente, in cui la descrizione degli eventi ha la forza della verità, nella sua crudezza e nella sua forza,  in cui i semplici fatti sono arricchiti dai retroscena  personali di tutti coloro che vi parteciparono, in cui la lotta per la giustizia ha lo spessore profondo delle sofferenze di ogni singolo partecipante; dietro ad ognuna di quelle persone che sfilarono da Selma a Montgomery, c'era una vita, delle aspettative, dei desideri, il diritto di esercitare la possibilità di essere una "persona".
Sono state mosse critiche alla regista per aver dato un'immagine negativa di Lyndon Johnson, ma da quello che mi risulta i fatti avvennero proprio così, e l'atteggiamento del Presidente fu esattamente quello descritto, e bene lo sottolinea King quando, sollecitato a rinunciare alle marce per evitare violenze, rispose che non era lui a dover fare un passo indietro ma lo Stato a doverne fare uno in avanti  e garantire, una volta per tutte e per tutti, i diritti Costituzionali tanto decantati per tutti i cittadini americani ma osteggiati per la popolazione afroamericana, di ribaltare quello che di fatto era il segregazionismo: il non diritto di vivere per i neri e il diritto di non farli vivere dei bianchi.

Mi viene da fare un'associazione tra questo film e i libri di Richard Wright, uno fra tutti/e gli/le scrittori/ttrici afroamericani/e.

Un'immagine mi ha colpito e mi sento di segnalarla quale sintesi, quella in cui un poliziotto, che si prepara a respingere la marcia, avvolge sul proprio manganello del filo spinato.
Quello che segue è un filmato della terza marcia, quella che arrivò a Montgomery.