Dolce far nulla
Un attimo fa ho dato un'occhiata nella stanza
ed ecco quel che ho visto:
la mia sedia al suo posto, accanto alla finestra,
il libro appoggiato faccia in giù sul tavolo.
E sul davanzale, la sigaretta
lasciata accesa nel posacenere.
Lavativo!, mi urlava sempre dietro mio zio,
tanto tempo fa. Aveva proprio ragione.
Anche oggi, come ogni giorno,
ho messo da parte un po' di tempo
per fare un bel niente.
Raymond Carver
http://youtu.be/jtSpiF5q-Cg
cose d'america
riflessioni su quello che leggo, che vedo,che sento, che ascolto, che penso sull'america...su quella parte di america che è stata chiamata stati uniti
lunedì 28 maggio 2012
lunedì 16 aprile 2012
Non sense americano in
"Pesca alla trota in America" di Richard Brautigan, traduzione di Riccardo Duranti, a cura di Enrico Monti, edizioni Isbn
Un giorno incontrai Pesca alla trota in America, indossava un pianoforte a mezza coda e suonava la tromba. Le note uscivano dalla campana e, dopo aver suonato i tasti del pianoforte, rimbalzavano per terra e se ne andavano a spasso tra la gente…mi fermai e gli chiesi come mai fosse così elegante e lui con gli occhi mi indicò qualcuno che stava passando di lì..era Chet Baker.. che mi disse “ Il pianoforte ha in se tutta la musica, lo indossi ed essa ti penetra dentro e dall’interno di te fuoriesce, eterea e immateriale.. i pensieri si intrecciano alle emozioni, ti fa buttare fuori quello che hai dentro, tutte le sensazioni e le percezioni, e ti permette di rendere evanescente anche la realtà”. Ringraziai Chet, salutai Pesca, raccolsi una nota, me la misi n tasca e continuai a camminare accompagnandomi nell’aria.
Ecco una roba così questo libro, un insieme di capitoli fatti di non sense, quello qui sopra l’ho inventato io, con buona pace di Brautigan, per dare un‘idea, senza citarlo…ne chiedo venia….
Brautigan nasce a Tacoma nel 1935 sulle coste settentrionali della west coast, un territorio di una bellezza imponente e selvaggia, la sua infanzia è difficile, non conosce il padre ( né il padre sapeva della sua esistenza) cresce senza amore e comprensione, viene maltrattato, a volte, dagli uomini della madre. La sua adolescenza è altrettanto travagliata, decide, ad un certo punto, di essere il migliore della classe, ci riesce ma poi lascia perdere perché lo trova noioso. E' di poche parole ed ha pochi amici. A 19 anni entra in una stazione di polizia e lancia un sasso contro una vetrata, viene arrestato e finisce nel manicomio dove Milos Forman ambienterà “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Quando ne esce, pochi mesi dopo, lascia per sempre la madre e parte per San Francisco. Inizia a lavorare come assistente per un inventore e viene a contatto con gli ambienti libertari della cultura underground, dove ha modo di conoscere molti autori di quel periodo ma non si inserisce completamente nella loro cerchia. Scrive e pubblica poesie e il suo primo romanzo ”Il generale immaginario” ma senza successo che otterrà, invece, con "Pesca alla trota in America", scritto nel 1961 e pubblicato nel 1967, che venderà circa due milioni di copie, diventando una sorta di manifesto della controcultura della fine degli anni ’60.
La notorietà non gli è d’aiuto, però: anzi l’essere riconosciuto per strada alla stregua di una star hollywoodiana lo spingerà ad isolarsi nel Montana, ma, contraddittoriamente, quando sarà dimenticato e non più apprezzato, si sentirà di nuovo abbandonato. L’alcolismo, presenza quasi continua nella sua vita, la paranoia e il disagio mentale del vivere lo porteranno alla morte, verrà infatti trovato suicida in una casa in California.
Il suo romanzo, (anche se parlare di romanzo è già un azzardo), il suo libro è un insieme di episodi surreali, paradossali, immaginifici, ognuno a sé stante, senza un logico collegamento, l’unico filo conduttore è Pesca alla trota in America, ma un filo anch’esso fluttuante e che si perde in una realtà visionaria.
Ma cosa o chi è “Pesca alla trota in America”? Bella domanda!
E` essenzialmente un‘entità poliedrica che l’autore usa funambolicamente per raggiungere i suoi scopi narrativi, può essere un luogo, una persona, una cosa, un modo di essere, di pensare. Nella realtà è una consuetudine della vita di provincia americana.
E’ probabile che proprio partendo da questa tradizione della pesca, (forse una a caso) B. abbia voluto scardinare tutta la banalità, l’ipocrisia, l’assurdità di rituali che assurgono a realizzazioni di vite, che abbia dato una versione onirica del sogno americano che si spegne ogni giorno in una realtà opaca e ripetitiva, in cui la libertà di fare si scontra con la libertà dell’essere.
L’autore è l’emblema di un uomo che, penalizzato da una vita difficile e dotato di una sensibilità "altra", non riesce a rimanere nei canoni sociali riconosciuti e si ritrova a vivere in quella parte di umanità che viene definita “white trash”, ai margini della società che del conformismo fa la sua regola di vivere e il suo modo di realizzarsi.
In fondo è il problema di sempre di chi in questa tipologia di vita ci sta stretto e cerca vie di fuga che, spesso, l’unico luogo in cui conducono sono l’emarginazione a vari livelli, la follia in varie forme fino ad arrivare al suicidio. Le sue, di vie di fuga, sono state l’alcool e la scrittura, la capacità di ribaltare in farsa le modalità consolidate di gestire la quotidianità, un modo per uscire fuori dalla gabbia di una realtà in cui si sta scomodi.
Leggendolo, questo libro, mi sono venute in mente varie correlazioni: una con la letteratura legata alla Patafisica (Boris Vian per intenderci), “scienza delle soluzioni immaginarie”, in cui si da risalto al particolare, si sottolinea l’eccezione e si trasfigura la realtà descrivendola in modo non sensato, assurdo e surreale, l’unico possibile per poterne parlare.
L’altra è con i racconti di R. Carver, momenti isolati di realtà diverse, brevi episodi di esistenza senza che se ne sappia alcunché del prima e del dopo, spezzoni di vita presi a caso, brevi narrazioni che racchiudono e rendono il senso della vita attraverso brevi spiragli temporali. Ma quello che caratterizza Carver è proprio la scarnificazione della realtà in gesti quotidiani, di cui ci dà una descrizione così come accadono senza alterazioni letterarie, stringate narrazioni di singoli episodi, la comicità e la tragicità della vita così com’è, semplicemente. Brautigan, invece, stravolge la realtà, ammanta quei singoli episodi di una surreale trasfigurazione. Il primo scarnifica anche la narrazione, riduce le parole per descriverla, le limita all’essenziale; il secondo, rasentando a volte la poeticità, ha costruzioni letterarie più elaborate e le parole diventano stramberie atte all’uso. Entrambi ci danno una visione dell’assurdità della vita in generale e, in particolare, della decomposizione ( in tutti i sensi) del sogno americano. E’ strano sembra che la letteratura americana si divida tra coloro che celebrano il famigerato “sogno americano” e coloro che lo smantellano, il mito per antonomasia ha focalizzato, in negativo e in positivo le forme artistiche del nuovo mondo.
A conclusione di questo tentativo, forse confusionario e, mi sembra, per niente esaustivo, di parlare di un libro che fa divertire e molto, pensare e decriptare il suo senso e che lascia un fondo di tristezza e di ineluttabilità, prendo due citazioni una dallo stesso libro e la seconda da Alain Resneis tratta dal suo film “Mon oncle d'Amérique”:
“ stava partendo per l’America, che spesso è solo un luogo della mente”
“L’America non esiste, io lo so perché ci sono stato”
Consiglio di leggerlo per capire quello che ho provato a dire e…la prossiva volta che vi capita di incontrarlo, Pesca alla trota in America, raccogliete anche voi una nota e mettetela in tasca…….
p.s. dopo aver postato quest’ultima foto di Brautigan,( la prima che ho messo è quella della copertina della prima edizione americana del libro) mi è venuto in mente che la foto, nell’espressione, nel gesto, nella postura etc .etc. è una sintesi visiva di tutto quello che è stato Brautigan, o almeno di quello che io ho capito di lui…una sorta di ultima scena di un film…avete presente gli ultimi fotogrammi di C’era una volta in America, il sorriso, ripreso dall’alto, di Noodle sdraiato sul lettino della fumeria d’oppio ? Beh secondo me quel sorriso racchiude tutto il film, come la foto la personalità di Brautigan.
lunedì 6 febbraio 2012
Molta america in poche righe di un libro
Ho letto questo libro tanto tempo fa, come immagino abbiano fatto molti miei coetanei. In realtà non ne ricordo la trama, riprendendolo ora in mano, ne ho riletto l'incipit e anche la citazione sulla copertina, questa:
"La' attorno c'era aria di mistero. La macchina correva su una strada fangosa elevata sulle paludi che strapiombava da entrambi i lati e lasciava pendere dei viticci. Oltrepassammo un'apparizione: un negro con una camicia bianca che camminava con le braccia levate verso il cielo d'inchiostro. Poteva essere che pregasse oppure invocasse una maledizione. Noi gli saettammo proprio accanto; mi voltai a guardare dal finestrino posteriore per vedere i suoi occhi bianchi".
Non ho memoria del contesto narrativo in cui questo brano è inserito ma in queste poche righe è nascosto molto più di quello che le parole esprimono….
….aria di mistero….
mistero che aleggia nell’aria dei paesaggi…
quando lo sguardo si perde all’infinito senza che qualsiasi elemento gli faccia da punto di riferimento, lungo le pianure dove di notte incombe un cielo a cupola e le stelle arrivano fino all’orizzonte;
quando il mondo si capovolge e i rilievi si ergono dal basso delimitati da canyon e ci raccontano quello che una volta era il fondo del mare;
quando monoliti scolpiti dal tempo segnano il territorio come giganti muti a testimoniare
la grandezza dell’ignoto;
quando si attraversano paludi che sembrano nascondere nel loro intrigo di acque, rami, radici e alberi il senso oscuro della terra, paure ancestrali avvolte in riverberi di luce umida e visionaria;
quando si percepisce che quella magia e quel senso di mistero e' stato forse compreso solo da coloro che per primi lo vissero, perché lo interpretavano e soprattutto lo rispettavano e lo spirito di quegli uomini, perché solo quello è rimasto, fa parte di quel mistero:
…e la macchina correva…
Topos nord-americano, l’”on the road” …appunto… il viaggio, lo spostamento, la voglia di andare oltre, il mito di Ulisse il mito della “frontiera”, ma anche la fuga, la fuga da tutto, la fuga da se stessi, dalla vita, dal sogno irrealizzato e irrealizzabile, dal mondo organizzato, dall’io organizzato e nel viaggio, nella fuga gli occhi vedono…vedono scivolare paesaggi, punti di vista e la “libertà” sembra raggiunta….
…oltrepassammo un’apparizione…
di “apparizioni” se ne incontrano viaggiando…stranezze di vario genere, umane, paesaggistiche naturali e non…su di una terra gravida di incastri culturali, di aspettative mancate, di crudeltà esasperate, di verità cercate, celate o imposte, di menzogne, di sangue e sofferenze…si aggirano stranezze e pazzie solitarie che si colgono e si lasciano indietro ma che rimangono nella mente…”mi voltai a guardare dal finestrino posteriore per vedere i suoi occhi bianchi.
…apparizione….dell’umanità negata…
….un negro che camminava con una camicia bianca…
contrasto nero/bianco, un contrasto mai sanato…
è l’apparizione di uno degli orrori consumati nel nord America,
una delle sue più assordanti contraddizioni
… camminava con le braccia levate verso il cielo d'inchiostro. Poteva essere che pregasse oppure invocasse una maledizione…
camminava e il suo percorso era iniziato da molto lontano e forzatamente; dietro i suoi passi un scia che, senza pietà, dalla terra d’Africa si inabissava in fondo all’Oceano Atlantico, lasciando un “binario di ossa” e riemergeva come psichedelica allucinazione in una sequenza di laceranti urla, latrati di cani , sferzate di frusta, di “strange fruit” pendenti dagli alberi, di fuochi umani, di ventri profanati, di cognomi da mutare in X, di carni e anime lacerate, di affetti strappati, di dignità schiacciate…pregava un dio che non l’ha salvato, malediceva una razza bianca dall’anima nera che l’ha profanato...
…gli saettammo proprio accanto….
in un attimo ci possono essere molte cose, in poche righe molto di più di un semplice attimo temporale.
giovedì 8 dicembre 2011
Punto Omega di Don DeLillo
Se il titolo di un libro in qualche modo ha il compito di sintetizzare o di mettere in risalto il o uno dei fulcri narrativi o significanti prenderò proprio il titolo per iniziare questo mio commento al libro di DeLillo, commento scritto, come al solito, senza alcuna velleità di critica letteraria ma solo con l’intento di raggiungere una maggiore comprensione di quello che il libro cerca di comunicarci o forse perché, citando uno dei personaggi : "E' tutto incastrato, le ore e i minuti, parole e numeri ovunque, le stazioni ferroviarie, gli itinerari degli autobus, i tassametri, le telecamere di sorveglianza. Tutto ruota intorno al tempo, tempo cretino, tempo inferiore, la gente che controlla l'orologio e altri aggeggi, altri sistemi che aiutano a ricordare. E' il tempo che scorre via lentissimamente dalla nostra vita. Le città sono state costruite per misurare il tempo, per togliere tempo alla natura. C'è un eterno conto alla rovescia. Quando hai strappato via tutte le superfici, quando guardi sotto, ciò che resta è il terrore. E' questo che la letteratura vuole curare. Il poema epico, la favola prima di andare a letto." - è sempre esistito - solo in questo modo si può spiegare l'evoluzione dell'universo verso livelli elevati di coscienza
- deve essere personale – un essere intellettuale e non un'idea astratta; la maggiore complessità della materia non ha solo portato a più elevate forme di coscienza, ma ad una maggiore personalizzazione, della quale gli esseri umani sono le forme più elevate di “personalizzazione” dell'universo. Essi sono completamente “individualizzati”, liberi centri di attività. È in questo senso che si dice che l'uomo è stato fatto a immagine di Dio, il quale è la più elevata forma di personalità. Teilhard de Chardin sostiene espressamente che il Punto Omega, quando l'universo attraverso l'unificazione diventerà Uno, non si assisterà all'eliminazione delle persone, ma alla super-personalizzazione di esse. La personalità sarà infinitamente più ricca. Ciò perché il Punto Omega unisce il creato, e più esso unisce, più l'universo diventa complesso e accresce la propria coscienza. Così come Dio crea, l'universo si evolve verso più elevate forme di complessità, coscienza e, infine, con gli esseri umani, di personalità perché Dio, attraendo l'universo verso di Sé, è una Persona.
- deve essere trascendente – il Punto Omega non costituisce il risultato della complessità e della coscienza. Esso esiste prima dell'evoluzione dell'universo, perché il Punto Omega è la causa dell'evolvere dell'universo verso la maggiore complessità, coscienza e personalità. Ciò essenzialmente significa che il Punto Omega si trova all'esterno del contesto in cui si evolve l'universo, perché è a causa della sua attrazione magnetica che l'universo tende ad esso.
- deve essere autonomo – libero da limitazioni di spazio e di tempo.
- deve essere irreversibile – cioè deve offrire la possibilità di essere raggiunto.”
Premesso questo, la trama ((In una casa isolata nel deserto due uomini discutono della natura del tempo e del significato dell'agire umano nella storia. Discutono e aspettano. Uno, Richard Elster, è un anziano intellettuale per niente pentito dell'appoggio che ha dato al governo nella guerra in Iraq, l'altro è un giovane regista che vorrebbe girare un documentario su di lui. L'improvvisa scomparsa della figlia di Elster, che è andata a raggiungerli altera lo stato delle cose..) è scarna quanto basta a realizzare lo scopo narrativo e contenutistico dell’autore. Due capitoli incorniciano gli eventi della narrazione: in un museo viene proiettato, dilatato in 24 ore, il film di Hitchcock, Psyco. Un uomo, quasi ossessivamente, lo guarda per ore, per giorni, il rallenty esasperato rende visibili i minimi particolari e i movimenti che avvengono durante le scene “Ciascuna azione veniva scomposta in parti così distinte dall’entità originaria che l’osservatore si ritrovava scollegato da qualsiasi aspettativa” e da qualsiasi percezione del tempo come normalmente viene calcolato, dal suo concetto abitualmente accettato; i suoi pensieri si perdono nel film ed il film entra nella sua mente, la seziona come i frame sono sezionati nei più piccoli cambiamenti e lo porta ad una percezione profonda fino ad arrivare alla sua coscienza, superando la percezione superficiale delle cose.
All’interno di quella sala di proiezione passano tutti i protagonisti del libro e forse lo stesso spettatore potrebbe essere proprio l’autore di fronte a cui passano, mentre lui è in cerca di una essenza al di fuori del tempo e dello spazio, difficile da raggiungere, difficile da ridurre a parole “ La vita vera non si può ridurre a parole dette o scritte, nessuno può farlo, mai. La vita vera si svolge quando siamo soli, quando pensiamo. Percepiamo, persi nei ricordi, trasognati eppure presenti a noi stessi, gli istanti submicroscopici…….diventiamo quello che siamo sotto i pensieri che scorrono e le immagini indistinte, chiedendoci oziosamente quando moriremo: E’ così che viviamo e pensiamo, anche se non sempre ce ne rendiamo conto. Sono questi i pensieri che ci arrivano senza filtro, mentre guardiamo fuori dal finestrino del treno, macchioline opache di panico meditativo” .
Il significato di questa cornice al nucleo narrativo, la visione rallentata del film è forse legata alla coscienza di ognuno ( in particolare dell’autore) nel rivedere la vita in ogni suo suo momento, in ogni suo frame? il dispiegarsi particolareggiato di ogni azione compiuta connessa al pensiero che l’ha messa in atto? la consapevolezza di ogni piccolo particolare di quel pensiero che l’ha posta in essere? e tutto ciò per arrivare a..” quello che chiamiamo io, la vita vera, l’essere essenziale…”?
E tutto ciò è possibile solo al di fuori del convenzionale concetto spazio/ tempo della vita? Quella dimensione che Elster ricerca nel suo ritiro nel deserto, dove :” La coscienza si accumula. Comincia a riflettere su se stessa. C’è qualcosa in tutto questo che mi sa quasi di matematico. C’è quasi una legge matematica o fisica che non abbiamo del tutto inquadrato, secondo la quale la mente trascende ogno direzione procedendo verso l’interno: Il punto omega. A prescindere dal senso originario di questa espressione, se un senso ce l’ha, se non è uno di quei casi in cui la lingua si sforza di arrivare ad una idea al di fuori della nostra esperienza”, dove non:”Siamo una folla, uno sciame.” Dove non:”Pensiamo in gruppi, viaggiamo in eserciti: Gli eserciti portano il gene dell’autodistruzione. Una bomba non è mai abbastanza: La confusione della tecnologia, è lì che gli oracoli tramano le loro guerre: Perché adesso arriva l’introversione. Padre Teilhard lo sapeva; il punto omega: Un salto fuori dalla nostra biologia…..Dobbiamo essere umani sempre? La coscienza è esaurita. Ora si ritorna alla materia inorganica. E’ questo che vogliamo. Vogliamo essere pietre in un campo.”
Il deserto,* è forse un altro personaggio del libro, è il luogo ma anche il tempo in cui si svolge la narrazione “C’erano le distanze che abbracciavano ogni caratteristica del paesaggio e c’era la forza del tempo biologico, lì, da qualche parte….calore, spazio, immobilità, distanza. Sono diventati stati mentali…sensazioni …oltre la dimensione fisica, sensazioni che si fanno più profonde col passare del tempo. Ecco l’altra parola: tempo.”
Il tempo si ferma nella casa del deserto, lo spazio non ha dimensione, il pensiero si perde e si concentra in essenza della mente….ma…l’uomo o semplicemente Elster non è ancora pronto per il punto omega, dice di lui la figlia “..odia completamente, fisicamente la solitudine” la biologia prende ancora il sopravvento, la sparizione della figlia lo prostra fino a scomparire nella completa apatia…in fondo “l’estinzione” è il tema che lega tutti i personaggi.
Il deserto inghiotte la figlia
Il film inghiotte l’anonimo personaggio
La città a cui torna inghiotte il regista
Il dolore inghiotte Elster
Io credo che questo libro più che comunicare qualcosa ai suoi lettori serva all’autore a segnare uno stadio del suo essere, non quello del raggiungimento del punto omega, ma quello della comprensione di cosa possa esso significare e quindi la tensione a raggiungerlo, come antidoto al terrore che resta quando si sono strappate tutte le superfici….e guardi sotto….
In “Running dog” l’autore nel 1978 scriveva “Qualunque fosse l’obiettivo della ricerca, un oggetto, una situazione interiore, una risposta, uno stato dell’essere, il risultato era quasi sempre deludente. Alla fine ci si ritrova di fronte a se stessi. Soltanto a se stessi. Naturalmente c’era chi credeva che la ricerca fosse importante di per sé. Il fine della ricerca è la ricerca stessa.”
De Lillo sta ancora “ricercando”….."Ogni momento perduto è vita"
E’ un libro particolare, non riesco a parlarne senza citarlo spesso come ho fatto sopra, difficile da commentare ma estremamente interessante e va al di là della letteratura, è un cuneo che si insinua nella mente, è un “sasso” che colpisce i pensieri e li scompiglia.
Da leggere e rileggere e tenere a portata di mano, di occhi e di mente.....
venerdì 16 settembre 2011
Una poesia americana
UNA POESIA È UNA CITTÀ
Una poesia è una città piena di strade e tombini
piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi,
piena di banalità e roba da bere,
piena di pioggia e di tuono e di periodi
di siccità, una poesia è una città in guerra,
una poesia è una città che chiede a una pendola perché,
una poesia è una città che brucia,
una poesia è una città sotto le cannonate
le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi,
una poesia è una città dove Dio cavalca nudo
per le strade come Lady Godiva,
dove i cani latrano di notte, e fanno scappare
la bandiera; una poesia è una città di poeti,
per lo più similissimi tra loro
e invidiosi e pieni di rancore...
una poesia è questa città adesso,
cinquanta miglia dal nulla,
le 9.09 del mattino,
il gusto di liquore e delle sigarette,
né poliziotti né innamorati che passeggiano per le strade,
questa poesia, questa città, che serra le sue porte,
barricata, quasi vuota,
luttuosa senza lacrime, invecchiata senza pietà,
i monti di roccia dura,
l'oceano come una fiamma di lavanda,
una luna priva di grandezza,
una musichetta da finestre rotte...
una poesia è una città, una poesia è una nazione,
una poesia è il mondo...
e ora metto questo sotto vetro
perché lo veda il pazzo direttore,
e la notte è altrove
e signore grigiastre stanno in fila,
un cane segue l'altro fino all'estuario,
le trombe annunciano la forca
mentre piccoli uomini vaneggiano di cose
che non possono fare.
Charles Bukowski
mercoledì 24 agosto 2011
Di nuovo on the road
Chicago: bella città piena di vita, di architetture vecchie e nuove che si scontrano e che si amalgamano perfettamente a creare un unicum affascinante. Il suo Millenium Park è uno scoppio di vitalità e di originalità sia nelle forme strutturali che lo compongono, sia nell’umanità che lo anima.
Percorsi in strade eleganti lungo i quali puoi trovare la sosia di Tina Turner che canta, ballerini di tip tap, musicisti folk, percussionisti di secchi di plastica, saxofonisti etc. che animano il giro di shopping di chi i soldi non è costretto a chiederli lungo la strada.
Lago Michigan….sembra proprio un mare, all’orizzonte solo acqua (anche dall’aereo per poterne vedere i limiti devi sorvolarlo in corrispondenza del suo centro). Sulle rive onde e spiagge.
In America è “La” strada, quella del sogno americano, quella della fuga dalla povertà, quella del superamento di frontiere reali e personali, quella della delusione e della sofferenza di chi vedeva infrangersi le proprie aspettative.
E’ la materializzazione della strada di Kerouac, il percorso del Furore di Steinbeck, la cassa di risonanza delle ballate di Guthrie…e tutto quello che ciò ha rappresentato per gli americani e non solo….
Springfield, capitale gradevole e sorretta dal mito di Lincoln di cui si può visitare la casa da lui abitata fino al mandato presidenziale. Il presidente è presente in tutto l’Illinois che è definito, anche nelle targhe, la terra di Lincoln, targhe che lo ricordano si trovano sparse per tutto il suo territorio.
Poco distante dalla città il punto di incontro tra Missouri e Mississippi a nord ovest, e a est il sito archeologico più grande a nord del Messico, il Cahokia Mouds, dove si sviluppò una civiltà con una organizzazione ben precisa ed una città con circa 20.000 abitanti.
L’Illinois è una distesa di campi di granoturco, i paesaggi sono colorati di un verde intenso, quasi violento, foreste di alberi imponenti si alternano alle coltivazioni, strade quasi deserte, il senso di spazio immenso elettrizza, ma ci si rende anche conto di quanto possa sgomentare una pianura senza punti di riferimento per gli occhi, una incalcolabilità delle distanze….
Kentucky, terra di cavalli di razza, del bourbon, della bluegrass e del pollo fritto.
Indiana, terra piatta che dal Kentucky si allunga fino al lago Michigan, ai bordi del quale ci sono dune di sabbia alte che ne modulano le spiagge; come dicevo l’ho attraversato velocemente e non ho potuto gustare appieno quelle che sembrano essere le sue particolarità.
Questo in sintesi il mio viaggio, sensazioni provate quelle solite di quando si viaggia in quella terra, un senso di libertà che è figlia del mito, dello spazio, della propria mente che si mette in fuga dalla quotidianità e che verifica direttamente le proprie curiosità, si sente in un luogo che per vari motivi l’affascina e che vuole conoscere per i motivi che ho già espresso altre volte qui sopra.
Dopo un po’ che viaggi e ti capita di vedere campi “selvaggi” con le margheritine che occhieggiano tiri un sospiro di sollievo, anche se di primo acchito tutto quell’ordine verdeggiante ti aveva dato un senso di benessere visivo.
Negli states si viaggia bene in macchina, in primis perché lo spazio è talmente tanto che il traffico lo si incontra solo in prossimità delle grandi città e lì è snervante, per il resto è tutto molto tranquillo e gli statunitensi rispettosi delle regole….ma se siete in prossimità di un incrocio con una visuale a 360 gradi e di fronte a voi c’è uno stop…vi sembra intelligente fermarvi se è evidentissimo che non ci sono macchine in arrivo per decine di miglia?
Vedi delle cose in America che a noi europei ricordano i cartoni animati o comunque i fumetti…la mia amica di viaggio sostiene che Walt Disney non si è inventato niente ha solo copiato la realtà, o la realtà ha copiato i fumetti da un certo punto in poi…? dico io.
Vedi delle moto in America e 8 su 10 sono Harley Davidson...
Un ‘altra cosa che si nota è che certe cose sono ferme ai mitici anni’50…la grafica dei cartelli che sulla strada pubblicizzano hotel ed altro….le insegne….l’oggettistica pubblicitaria….c’è una reiterazione continua dell’iconografia di quel periodo…..
Beh ora la smetto…queste alcune delle mie impressioni…ci tornerò prima o poi, ho degli itinerari che ancora non ho fatto…le Black Hills, le Bad Lands…i deserti dell’ovest….ed altro….
mercoledì 8 giugno 2011
The Tree of Life di Malick
Film complesso e stilisticamente eterogeneo, difficile o troppo facile da interpretare che lascia il dubbio se quello che comunica sia ermeticamente espresso o solo veicolato in forme stilistiche che ricercano un linguaggio poetico meno diretto, più evanescente e, quindi, di più difficile comprensione.
Il film, se non ha contenuti nascosti in simbolismi da stanare a cura di spettatori più esperti e competenti di me, parla della vita e degli interrogativi che da sempre l’uomo si è posto e a cui non è riuscito a dare risposta se non inventando un’entità sopranaturale da cui tutto dipende, o un inserimento cosciente nella natura e nei suoi ritmi, sentendosi partecipe di un esistenza ciclica di cui è una particella che lì trova il suo scopo di esistenza. Ma spesso questo non basta perché la vita ti pone di fronte dolori per i quali non si trovano ragioni.
L’ambiente è quello di una tipica famiglia americana degli anni ’50, una madre affettuosa, un padre padrone (poi pentito) tutto proiettato sul lavoro e la crescita sociale ma dalla sensibilità artistica, e tre bambini. In un tempo non descritto, nella sequenza storica della famiglia, uno dei figli muore, quello che noi vediamo è un periodo precedente al doloroso evento ed uno successivo imperniato sulla figura del figlio maggiore che ripercorre e ripensa alla sua infanzia, alla sua vita, ai suoi affetti famigliari, che cerca di comprendere quello che ha vissuto e di capire le persone che di quel vissuto hanno fatto parte, i membri della sua famiglia non solo nel loro ruolo di genitori, figli, fratelli, ma anche come semplici persone.
È come se lui agitasse una bottiglia, dentro tutta la sua vita che si stratifica, che si mescola in un attimo, è tutta lì a rappresentarlo, come se il tempo, nel momento del ricordo del ripensamento, non avesse dimensione e tutto si concentrasse in un unicum, da cui di volta in volta un episodio, una persona si intravedono con maggior evidenza ed escon fuori. Dal regista questo concetto è reso, almeno a mio avviso, con un immagine molto simile ad una del film di Eastwood Hereafter, quella in cui in un luogo non identificabile il protagonista rivede le persone a lui care ed anche se stesso in vari stadi della vita fluttuare in una dimensione non riconoscibile, ( nel film di Eastwood le persone erano solo quelle oramai non più in vita).
Nel film ci sono espedienti stilistici che il regista usa per inserire nella semplice narrazione elementi che la superano, quali le voci fuori campo ( già molto usate nel film La sottile linea rossa quasi ad imitare un monologo interiore filmico) che, se pure si intuisce da quali personaggi possano provenire, rivolgono domande universali e per lo più rievocano il conosciuto grido di dolore “ dio perché mi hai abbandonato”, ed immagini fantasmagoriche e d’effetto sull’universo e la nascita di esso, che, oltre a ricordare “2001 Odissea nello spazio”, sono di carattere quasi documentaristico. Anche questi espedienti sottolineano la dualità di scelta, enunciata ad inizio film, tra natura e religione, tra stato di grazia e scienza, nel percorrere la propria vita; il regista a parer mio non da risposta, non fa scelte tra queste due opzioni, solo si e ci interroga sul perché la vita a volte ci ponga di fronte a dolori quasi insopportabili e sul dove trovare il conforto necessario a continuare.
Molte le cose ancora da dire ma che ora mi sfuggono, quale per esempio il perché del titolo, L’albero della vita, che sicuramente rimanda alla natura ma forse anche metaforicamente alla linfa vitale che lo stato di grazia può dare all’esistenza; o il significato del deserto come luogo simbolico (forse posso rimandare al mio posto sulla Monument Valley a questo proposito); oppure che la nota stonata del film forse sono le immagini da Jurassic Park che ad un certo punto vengono inserite.Al di là del significato palese o nascosto del film, la cosa che lo rende “un film da vedere” è il suo valore estetico, l’alternarsi di immagini reali e surreali, scientifiche e spirituali, il velo armonioso che le lega e ne fa forse se non una poesia uno spleen, invece che di parole, di immagini.
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