(per chi ha già visto il film)
Nell’ottavo film di Tarantino gli otto protagonisti sono veramente pieni di odio e odiosi loro stessi, e non stanno lì a testimoniare solo la loro odiosità ma anche quella che ha caratterizzato la nascita e la formazione degli states. Sette uomini e una donna, un boia, un messicano, un soldato confederato, uno sceriffo, due bounty killer, uno bianco che non uccide le sue vittime ma le porta al patibolo, uno nero che si trascina dietro i cadaveri per riscuotere, un mandriano, una prigioniera del bounty bianco.
Le scene iniziali sono quanto di più classico del genere, una diligenza si muove in ampi spazi innevati, il paesaggio è grandioso e carico del fascino tipico del territorio americano, una bufera di neve sta per scatenarsi e l’ambientazione si sposterà e restringerà all’interno di una locanda dove gli Hateful si comporranno nel loro numero di otto.
Da qui inizia qualcosa di diverso che somiglia quasi al
teatro, la scenografia si limiterà ai soli interni e si innesterà un vero e
proprio whodunit (schema del giallo classico) la cui struttura è ben
architettata e piena di suspense, creata da colpi di scena e dal gioco
creato dall’ambiguità di alcuni personaggi.
Il compito “dell’indagine” è affidato al nero,
che come un
detective di tutto rispetto, svelerà, attraverso l’interloquire serrato e quasi
logorroico dei protagonisti, l’identità dei personaggi e il mistero della loro
presenza in quel luogo; qui però il detective non ha i connotati tipici della
crime story, non è colui che stando dalla parte della legge ricompone la realtà
dopo che è stata violata dal male, rappresenta egli stesso il male, quello che
ha subito e quello che ha inferto.
Il ritmo, in questa parte, è estremamente lento come la neve
che passa dalle fessure del tetto all’interno della locanda, la bassezza umana
degli hateful verrà fuori per ciascuno di loro, come pure la detestabilità dell’ambiente
sociale in cui si muovono: la schiavitù, i grandi e piccoli razzismi, il
sessismo estremizzato, la violenza e l’ingiustizia di un mondo che si andava
formando sulla sopraffazione e la distruzione di uomini, culture e ambienti.
In quella stanza dove tutto si svolge sembra racchiudersi la storia
Una bufera di neve fuori e una tempesta di odio dentro, il bianco fuori e il rosso dentro, la natura senza pietà ma anche senza crudeltà fuori e l’umanità annientatrice di se stessa dentro, Cristo crocefisso sotto la neve (prima inquadratura del film) fuori e la maschera di sangue sul viso della donna, concentrato dell’orrore e della violenza nichilista esplosa, dentro.
Secondo me è un film western a tutti gli effetti, se non
diamo a questa categoria i limiti della classicità ma la lasciamo libera di
includere anche forme che da essa si distaccano. Le tematiche e i personaggi della narrazione sono proprie del contesto storico e sociale di quel genere. A differenza di Django Unchained, altro western del regista, non c’è il senso di liberazione finale, qui tutti uccidono e muoiono senza possibilità di riscatto e/o
redenzione. Un film cupo senza eroi, che, allargando la prospettiva dall'America,
contiene un'umanità intera carica di crudeltà e priva di pietà, di cui lascia intravedere l’autoannientamento.
Una perplessità sull’uso della rappresentazione della
violenza però mi rimane, mi chiedo se non sia ormai un autocompiacimento
sterile la cui reiterazione svilisce più che connotare il cinema di Tarantino, e che non
sia diventato un richiamo per allodole che più che interessarsi ai contenuti
del film lo guardano solo per gli schizzi di sangue e l’orrore delle scene più
efferate.